Missioni militari “fossili”, Greenpeace: spesi oltre 4,2 miliardi in cinque anni
L’Italia ha speso in cinque anni oltre 4,2 miliardi di euro per missioni militari “fossili”, volte a proteggere il passaggio di petrolio e gas e a sorvegliare piattaforme petrolifere. Una missione a Hormuz costerebbe 10 milioni di euro al mese. I conti dell’Osservatorio Milex per Greenpeace Italia
Missioni militari “fossili”, Greenpeace: oltre 4,2 miliardi spesi in cinque anni (Foto Pixabay)
Le missioni militari “fossili” costeranno all’Italia 826 milioni di euro solo quest’anno. Sono i costi di interventi in diverse aree del mondo, tesi a proteggere il transito di petrolio e gas. Missioni militari – spiega Greenpeace – finalizzate in parte alla sorveglianza di piattaforme petrolifere o gasdotti e alla sicurezza dell’approvvigionamento energetico fossile. Negli ultimi cinque anni, 4,2 miliardi di euro sono stati spesi per missioni di questo tipo. E la partecipazione alla missione internazionale per sminare lo Stretto di Hormuz e proteggere il passaggio di petrolio e gas “costerebbe all’Italia circa 10 milioni di euro al mese, tra spese per il carburante, logistica, supporto aereo, connessioni satellitari e indennità di missione per il personale”.
Le missioni militari fossili dell’Italia
Queste le stime fatte dall’Osservatorio Milex per Greenpeace Italia, che saranno presentate oggi pomeriggio alla Sala Stampa della Camera dei Deputati insieme all’Annuario MIL€X 2026 sulle spese militari italiane. È un conto salatissimo, che dirotta denaro e investimento verso la protezione delle fonti fossili, distraendoli dalla transizione energetica.
Se verrà approvata, la missione militare nello stretto di Hormuz vedrà il coinvolgimento di quattro navi e di circa 400-500 militari. Nel suo briefing Greenpeace spiega: “Se ancora non si sa quando avrà inizio la missione nello Stretto di Hormuz, è già evidente che sarà un’iniziativa a tutela delle fonti fossili, principali responsabili della crisi climatica e al centro di molte competizioni geopolitiche che alimentano guerre e instabilità”.
Secondo la relazione annuale del Governo sulle missioni internazionali in corso, nel 2026 le missioni militari italiane saranno 50, con il coinvolgimento medio di circa 7.500 militari (fino a un massimo di quasi 12mila unità), 30 assetti navali, 147 aerei e una spesa complessiva di oltre 1,3 miliardo di euro. Sono state istituite due nuove missioni, una in Iraq e una in Somalia.
Secondo l’analisi di Greenpeace Italia, che ha esaminato il mandato delle missioni e le dichiarazioni ufficiali di esponenti politici e militari, “circa metà di queste missioni hanno anche la funzione di tutelare il gas e il petrolio, con un impegno economico che per il 2026 sarà di circa 824 milioni di euro, pari al 59% della spesa totale per le missioni militari”.
Sono dunque missioni volte a proteggere rotte petrolifere o di gas, a contrastare il contrabbando di petrolio, a sorvegliare e proteggere piattaforme petrolifere.
Secondo i calcoli di Greenpeace Italia, negli ultimi cinque anni questo tipo di missioni militari che l’associazione ribattezza “fossili” sono costate all’Italia circa 4,2 miliardi di fondi pubblici. “Tra i casi più eclatanti – denuncia Greenpeace – c’è l’Operazione Mediterraneo Sicuro per la sorveglianza e la protezione militare delle piattaforme dell’Eni nelle acque internazionali davanti le coste libiche; le attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nel Golfo di Guinea, dove opera sempre Eni, e la missione europea Aspides per proteggere dagli attacchi degli Houthi i flussi di petrolio e gas nelle aree del Mar Rosso, del Golfo Persico e del Mar Arabico settentrionale”.
“Fermare la militarizzazione degli approvvigionamenti fossili”
Ma l’Italia continua a essere vulnerabile dal punto di vista energetico perché, spiega ancora l’associazione, ha semplicemente sostituito “alcuni fornitori di gas e petrolio con altri senza ridurre la strutturale dipendenza dalle fonti fossili invece di accelerare sulla transizione energetica, unico modo per non essere esposti all’instabilità globale”.
Greenpeace chiede a Governo e Parlamento di fermare la militarizzazione degli approvvigionamenti fossili, di uscire da gas e petrolio entro il 2024, di tassare i profitti dell’industria fossile e di quella militare.
«Invece di ridurre la dipendenza dal petrolio e dal gas che ci espone a continui shock energetici e alimenta la crisi climatica, il governo Meloni spende centinaia di milioni di euro per difendere con le armi le rotte delle fonti fossili, aggravando la sudditanza dell’Italia e togliendo risorse alla transizione energetica – ha detto Sofia Basso, campaigner pace e disarmo di Greenpeace Italia – È esattamente l’opposto di quello che andrebbe fatto, ovvero tassare le aziende fossili che stanno guadagnando dal caro energia e investire nelle rinnovabili». È ora, conclude l’associazione, di puntare sulla transizione energetica e sulle rinnovabili.
