Il Climate Pride torna in piazza: “La guerra è fossile” (Credit Legambiente)

Torna in piazza il Climate Pride per chiedere all’Italia e all’Europa il massimo impegno per uscire dai combustibili fossili, da petrolio, carbone e gas, e adottare una “giusta transizione energetica” incentrata sulle fonti rinnovabili. Roma “chiama” la città di Santa Marta, in Colombia, dove è in corso la conferenza internazionale sulla transizione dai combustibili fossili.

Oggi la rete delle organizzazioni ambientaliste e della società civile riunita nel Climate Pride ha lanciato il messaggio “La pace è rinnovabile, la guerra è fossile”, in concomitanza alla conferenza internazionale di Santa Marta sulla transizione dai combustibili fossili, in corso fino al 29 aprile in Colombia.

“La pace è rinnovabile, la guerra è fossile”

In piazza Capranica, a pochi passi dal Parlamento, gli attivisti si sono presentati con pale eoliche e pannelli solari, contrapponendoli a una grande bolletta. L’obiettivo è richiamare Governo e Parlamento sui costi che la cittadinanza sta pagando, anche a livello economico, in bolletta, a causa della dipendenza dalle fonti fossili. Allo stesso tempo, le realtà del Climate Pride hanno indirizzato un messaggio al vertice di Santa Marta, chiedendo il massimo impegno alle istituzioni italiane ed europee per sostenere il processo internazionale in corso e arrivare a una road map globale di uscita da carbone, petrolio e gas. Per far ciò, è indispensabile rafforzare politiche coerenti con l’uscita dai combustibili fossili e una transizione energetica giusta incentrata sulle rinnovabili. Tra le realtà promotrici figurano, tra le altre, A Sud, CGIL, Extinction Rebellion Italia, Fridays for Future Italia, Greenpeace Italia, Legambiente e WWF Italia.

Crisi del clima, geopolitica e riarmo

Il Climate Pride ha inoltre denunciato “l’insufficienza delle attuali politiche climatiche e la crescente distanza tra impegni internazionali e scelte nazionali.  Oggi il modello economico dipendente dai combustibili fossili e la conseguente crisi climatica si intrecciano con le tensioni geopolitiche e con la crescente allocazione di risorse verso il riarmo, a scapito della transizione energetica ed ecologica”.

E anche l’Italia, davanti alla crisi energetica, ha scelto di investire ancora nel gas e ha rallentato le rinnovabili, ha rinviato la chiusura delle centrali a carbone dal 2025 al 2038 e continua a puntare sulle importazioni di gas da Paesi come l’Algeria, l’Azerbaijan e gli Stati Uniti, piuttosto che investire con forza sulle rinnovabili, che garantirebbero invece una maggiore indipendenza energetica e politica.

Gli attivisti chiedono invece investimenti sulle tecnologie che non usano più gas, carbone e petrolio, il rafforzamento di politiche coerenti con l’uscita dai combustibili fossili e con una giusta transizione energetica.

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