Cosmetici: la sicurezza resta soprattutto sulla carta

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Le certificazioni di prodotti beauty e le app che ne valutano gli ingredienti conquistano sempre più consumatori. Ma uno studio internazionale solleva un dubbio: nella maggior parte dei casi i controlli non prevedono analisi di laboratorio sul prodotto finito.

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Safety Gate, i prodotti pericolosi più notificati sono cosmetici e giocattoli (Foto Pixabay)

Dai bollini “clean” a quelli “senza ftalati”, dalle certificazioni ambientali alle app che assegnano un livello di sicurezza agli ingredienti: sono informazioni sempre più decisive nelle scelte d’acquisto dei cosmetici. Eppure, secondo una ricerca del Million Marker Research Institute, nessuno dei principali programmi di certificazione e screening analizzati richiede sistematicamente test di laboratorio per verificare l’effettiva assenza di residui, impurità o contaminanti nei prodotti per la cura della persona.

Il principio, spiegano i ricercatori, è soprattutto documentale: vengono esaminati gli elenchi degli ingredienti, i materiali utilizzati e le informazioni fornite dalle aziende produttrici. Come sintetizza Johanna Rochester, responsabile della revisione peer review dello studio, “i programmi di certificazione controllano la ricetta, nessuno però controlla la torta”.

Diciotto programmi sotto esame

La ricerca ha preso in considerazione 18 programmi di certificazione e valutazione degli ingredienti diffusi negli Stati Uniti e in Europa. Tra questi figurano certificazioni di terze parti come MADE SAFE, Environmental Working Group, Cradle to Cradle, COSMOS, EU Ecolabel ed EPA Safer Choice, ma anche iniziative dei retailer, come Clean at Sephora e Target Clean, e applicazioni rivolte direttamente ai consumatori, tra cui Yuka e Think Dirty.

Sedici programmi sono stati progettati per valutare i rischi chimici. Nessuno, però, richiedeva come requisito generale misurazioni analitiche sul prodotto per individuare sostanze indesiderate. Sei consideravano contaminanti e impurità, ma attraverso la documentazione e non mediante analisi del prodotto finito. Alcuni prevedevano test mirati, capaci tuttavia di individuare soltanto sostanze specificamente ricercate.

Europa più rigorosa, ma con controlli a monte

Il quadro europeo risulta comunque più severo rispetto a quello statunitense. Nell’Unione europea, prima della commercializzazione, ogni cosmetico deve essere sottoposto a una valutazione della sicurezza e deve avere una persona responsabile legalmente individuata. Un sistema che offre maggiori garanzie a monte, pur concentrandosi anch’esso sulle sostanze note e dichiarate.

Lo conferma Cosmetica Italia: il Regolamento europeo 1223/2009 impone requisiti stringenti su sicurezza, ingredienti, tracciabilità e sorveglianza. La valutazione deve considerare anche il profilo tossicologico degli ingredienti, le eventuali impurità e le caratteristiche del prodotto finito, oltre alle modalità e alla frequenza d’uso.

Il limite dei “bollini”

Il punto, dunque, non è mettere in discussione la sicurezza complessiva dei cosmetici europei, sottoposti a un sistema normativo particolarmente rigoroso. Il nodo riguarda piuttosto il significato che il consumatore attribuisce ai bollini e alle valutazioni di sicurezza: possono indicare che una formula rispetta determinati criteri, ma non equivalgono necessariamente a una verifica chimica indipendente di ciò che è realmente presente nel prodotto.

Per chi acquista cosmetici, quindi, la certificazione resta uno strumento utile, ma va interpretata per quello che effettivamente garantisce. Tra la ricetta dichiarata e ciò che contiene la “torta”, infatti, può esserci una differenza che soltanto un’analisi di laboratorio è in grado di verificare.

 

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