Mense scolastiche, ISS: il ruolo dell’educazione contro lo spreco
Un nuovo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità analizza lo spreco alimentare nelle scuole e mette in relazione quantità di cibo lasciato nei piatti, abitudini alimentari e gradimento dei pasti. Lo studio mostra come educazione e organizzazione della mensa possano fare la differenza.
Mense scolastiche, report Cittadinanzattiva (Foto Anastasia Shuraeva per Pexels)
Nelle mense scolastiche lo spreco alimentare non è soltanto una questione di quantità di cibo che rimane nei piatti. È un fenomeno che coinvolge ambiente, economia, nutrizione ed educazione e che può offrire anche un’importante occasione per intervenire sulle abitudini alimentari dei bambini.
A fare il punto è il nuovo Rapporto ISTISAN 26/13 dell’Istituto Superiore di Sanità, dedicato alla misurazione, alla prevenzione e alla riduzione degli sprechi nelle mense scolastiche. La ricerca è stata realizzata in 11 scuole primarie del Comune di Fiumicino, nell’area metropolitana di Roma, e ha coinvolto un campione finale di 744 bambini tra gli 8 e gli 11 anni, insieme al personale docente.
L’obiettivo era comprendere non solo quanto cibo viene sprecato, ma anche quali fattori influenzino il consumo dei pasti e quali strategie possano contribuire a ridurre gli scarti.
Dieta mediterranea ancora da rafforzare
Uno degli elementi emersi dallo studio riguarda le abitudini alimentari dei bambini. L’aderenza alla dieta mediterranea risulta infatti soltanto moderata, segnalando margini di miglioramento nella qualità complessiva dell’alimentazione.
La mensa scolastica può rappresentare in questo senso un luogo particolarmente importante: non è soltanto lo spazio in cui viene consumato un pasto, ma anche un ambiente nel quale i bambini possono imparare a conoscere alimenti, sapori e modalità di consumo più equilibrate.
Il rapporto evidenzia quindi la necessità di considerare il pasto scolastico anche come uno strumento di educazione alimentare, capace di accompagnare i bambini verso abitudini più consapevoli.
Verdure, neofobia e gradimento
Tra i fattori che possono contribuire allo spreco emerge la neofobia alimentare, ovvero la diffidenza o la riluttanza a provare alimenti nuovi o poco familiari. Un elemento che può diventare particolarmente rilevante quando nel piatto arrivano cibi che i bambini conoscono poco o che non incontrano le loro preferenze.
Il fenomeno riguarda in modo particolare le verdure, una categoria importante per un’alimentazione equilibrata ma che può essere anche tra quelle meno gradite.
Il rapporto mette in evidenza come il problema non possa essere affrontato semplicemente imponendo ai bambini di consumare determinati alimenti. Gradimento del pasto, caratteristiche della mensa e rapporto con il cibo sono elementi che interagiscono tra loro e che possono determinare quanto viene effettivamente mangiato e quanto invece finisce tra gli scarti.
L’educazione può ridurre gli sprechi
Uno dei risultati più interessanti dello studio riguarda proprio il ruolo degli interventi educativi. Le attività realizzate nel contesto scolastico hanno mostrato di poter contribuire alla riduzione dello spreco e, allo stesso tempo, al miglioramento dei comportamenti alimentari.
Il principio è semplice: conoscere meglio il cibo può aiutare a sviluppare un rapporto diverso con ciò che viene servito a tavola. Imparare da dove arrivano gli alimenti, quali sono le loro caratteristiche, perché è importante consumare frutta e verdura e quale impatto ha il cibo che viene buttato può rendere i bambini più consapevoli.
La scuola diventa così un luogo privilegiato per trasformare la lotta allo spreco in un’esperienza concreta, collegandola alla sostenibilità e alla corretta alimentazione.
Non basta ridurre la quantità nei piatti
Secondo l’ISS, per affrontare il problema in modo efficace è necessario superare una visione limitata alla sola quantità di cibo buttato. Misurare gli scarti è fondamentale per capire dove e quanto si spreca, ma altrettanto importante è comprendere perché quel cibo non viene consumato.
Le strategie di prevenzione devono quindi tenere insieme più aspetti: la qualità dei pasti, il loro gradimento, le esigenze nutrizionali dei bambini, l’organizzazione degli spazi e dei tempi della mensa e le attività di educazione alimentare.
Un approccio integrato può permettere di intervenire sulle cause dello spreco anziché limitarsi a gestirne le conseguenze.
La mensa come laboratorio di sostenibilità
Il rapporto dell’ISS suggerisce in definitiva di guardare alla mensa scolastica non soltanto come a un servizio di ristorazione, ma come a un luogo di educazione e prevenzione.
Ridurre gli avanzi significa infatti evitare di sprecare risorse economiche e ambientali, ma anche migliorare la qualità dell’alimentazione dei bambini. Se un alimento arriva regolarmente nel cestino, la domanda non dovrebbe essere soltanto quanto ne viene sprecato, ma anche quali siano le ragioni del mancato consumo.
Coinvolgere i bambini, rendere i pasti più graditi, lavorare sulla conoscenza degli alimenti e creare un ambiente mensa più favorevole possono diventare strumenti complementari per affrontare il problema.
La conclusione dello studio è quindi chiara: per ridurre lo spreco alimentare nelle scuole servono dati, educazione e organizzazione. E intervenire fin dall’infanzia significa non soltanto diminuire gli scarti di oggi, ma contribuire a costruire abitudini alimentari più consapevoli per il futuro.
