Politiche sanitarie, Cittadinanzattiva: la partecipazione è forte solo sulla carta

Il coinvolgimento dei cittadini nelle politiche sanitarie è “forte sulla carta, molto meno nella realtà”. Non è garantito ovunque e allo stesso modo a tutti i cittadini. Il rischio è di “avere partecipazione, ma senza qualità e senza cambiamenti effettivi”, con “pochi cittadini e poche associazioni inclusi e molti esclusi”. Questo il bilancio tracciato da Cittadinanzattiva sulla base dell’Indagine sulla partecipazione civica in sanità. Domani prende il via la Consultazione di due giorni a Roma.L’indagine è promossa dall’associazione nell’ambito del progetto “Consultazione sulla partecipazione civica in sanità” con il contributo non condizionante di Novartis. I temi saranno alla base della Consultazione sulla partecipazione civica in sanità, evento che si svolgerà con 100 stakeholder della partecipazione che si riuniranno a Roma domani e il 31 gennaio. Saranno cittadini, associazioni, istituzioni, esperti e un gruppo di facilitatori che lavoreranno  su come qualificare la partecipazione in sanità, per arrivare a una Matrice per la qualità delle pratiche di democrazia partecipativa.

L’indagine da cui si parte è fatta di due analisi, una sulla partecipazione civica in sanità, una su 34 pratiche partecipative in 5 Regioni (Basilicata, Emilia Romagna, Piemonte, Puglia, Toscana) e nella Provincia autonoma di Trento.

Le normative regionali sono molto varie. Dal punto di vista della normativa, informa una nota di Cittadinanzattiva, il contesto regionale italiano appare molto diversificato: leggi specifiche sulla partecipazione dei cittadini alle politiche pubbliche si trovano in Toscana (dal 2007), Emilia Romagna (2010), Puglia (2017) e Pa di Trento (2014). La Toscana è l’unica regione ad aver approvato nel 2017 una legge specifica sulla partecipazione in campo sanitario; nella maggior parte delle Regioni ci sono leggi con specifici articoli dedicati al tema della partecipazione in sanità; nel Lazio, Campania, Calabria e Friuli Venezia Giulia manca una normativa sanitaria che parli di partecipazione, mentre figurano indicazioni alla partecipazione solo per l’integrazione sociale o socio-sanitaria. Sempre nel Lazio e in Campania si trovano leggi con riferimenti alla partecipazione per specifici ambiti (quali handicap e salute mentale nel Lazio). Dodici Regioni hanno previsto un organismo stabile di partecipazione in sanità, ma solo in Emilia Romagna lo stesso è presieduto da un rappresentante dell’associazionismo civico. Sempre l’Emilia Romagna si distingue in positivo perché pubblica sul proprio sito internet tutti gli ordini del giorno delle riunioni dell’organismo, come anche i relativi decreti di nomina.

L’esame sulle pratiche partecipative svolte dicono invece che gli enti coinvolgono soprattutto i soggetti già noti, sulla base della attività svolta e della rilevanza esterna, mentre spesso sono escluse le fasce deboli e le rappresentanze delle comunità locali (inclusività). Gli enti coinvolgono i cittadini soprattutto per consultare (31%), co-progettare (22%), co-gestire (17%); solo nel 38% dei casi le pratiche partecipative risultano vincolanti ai fini del risultato (analisi sul grado di potere). Dati positivi arrivano dalla valutazione dell’esito della pratica: nel 71% dei casi, il prodotto della pratica partecipativa viene implementato dall’ente. Inoltre partecipazione chiama partecipazione: nel 59% dei casi si osserva negli enti l’innescarsi di un processo virtuoso che partendo dalla pratica partecipativa porta a generare nuove esperienze simili. Va invece migliorata l’accountability, ossia la capacità delle istituzioni di rendere conto ai cittadini della pratica partecipativa, perché questa è garantita poco e a pochi: nel 38% dei casi non viene prodotto alcun report finale della pratica partecipativa.

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