Rincari record sul cibo, ecco cosa costa di più (tutto) (foto pixabay)

Il carrello della spesa accelera a livelli che non si vedevano dal 1983. Con i rincari record sul cibo e sugli alimentari, la spesa delle famiglie si fa sempre più onerosa. I dati sull’inflazione dell’Istat registrano a settembre un aumento dei prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona, che salgono da +9,6% a +11,1%. Su prodotti alimentari e bevande analcoliche l’inflazione è all’11,8%. Questo significa che una famiglia di quattro persone dovrà spendere circa 900 euro in più l’anno solo per cibo e bevande.

 

 

Carrello della spesa, a settembre vola a più 11%. Stangata sul cibo (foto pixabay)

 

UNC: la top 20 dei rincari sul cibo

La stangata sugli alimentari non risparmia alcuna voce. L’Unione Nazionale Consumatori mette in fila la “top 20” dei prodotti alimentari e delle bevande che più rincarano su base annua. Al primo posto c’è l’olio diverso da quello di oliva con +60,5%, seguito dal burro (+38,1%), medaglia d’argento tra gli alimentari, e dalla margarina con +26,5%. Rincarano il riso (+26,4%) e il latte conservato (+24,5%).

Si segnalano poi la farina (+24,2%), la pasta (fresca, secca e preparati di pasta) con +21,6% lo zucchero  (+18,4%). Dopo i gelati (+18,2%), i vegetali freschi aumentano del +16,7%. Si segnalano ancora le uova (+16,6%), il pollame (+16,5%), il latte fresco parzialmente scremato (+15,3%) e il pane (+14,6%).

«Urge un nuovo bonus per le famiglie di 600 euro, così da coprire almeno i rincari dei prodotti alimentari, che essendo saliti dell’11,8% determinano una maggior spesa annua pari in media a 665 euro in più su base annua – dice il presidente dell’Unione Nazionale Consumatori Massimiliano DonaUna stangata che sale a 907 euro per una coppia con 2 figli, 819 per una coppia con 1 figlio, 1084 euro per le coppie con 3 figli. Inutile, invece, tagliare l’Iva del 4% sui beni alimentari, non solo perché matematicamente, calcolatrice alla mano, la riduzione della spesa sarebbe pari appena a 90 euro e 3 centesimi per una famiglia media, 122 euro e 78 cent per una coppia con 2 figli, ma perché non è detto affatto che i commercianti, dovendo abbassare i prezzi solo del 3,846%, li ritocchino effettivamente. Con tutta probabilità lascerebbero invariati i loro listini. Insomma, una misura che andrebbe a solo vantaggio dei commercianti e non dei consumatori».

Rincari sul cibo, non si salva alcuna voce

La lista dei rincari però non è finita. I rincari record si spalmano su tutto il cibo. Il latte fresco intero e i formaggi segnano un aumento del 12,4%; più 12,1% per il pesce surgelato; rincarano anche i succhi di frutta a più 11,8%, le patate a più 10,7%, il pesce fresco a più 9,3%, carne, confetture e olio d’oliva a più 9,3%. Il caffè è più amaro e aumenta dell’8,2% e la frutta fresca segnala più 7,9%. Non si salva alcuna voce nel carrello della spesa.

Secondo le stime del Codacons, allora, «considerata la ripartizione della spesa delle famiglie per le varie categorie alimentari, un nucleo di 4 persone si ritrova oggi a spendere in media 190 euro in più all’anno per pane e cereali, 152 euro in più per la carne, 68 euro in più per il pesce. La spesa per latte, formaggi e uova sale complessivamente di 133 euro, quella per la verdura di 140 euro, mentre la frutta costa in media 48,5 euro in più. Per acque minerali, bevande analcoliche e succhi di frutta ogni famiglia deve mettere in conto una maggiore spesa da 44 euro, +53 euro per oli e grassi».

E non si vede la fine. La tendenza è destinata a peggiorare, spiega l’associazione, per i rialzi delle tariffe elettriche e delle bollette del gas.

«Di questo passo le tavole degli italiani saranno sempre più vuote e le famiglie dovranno rinunciare al cibo per far quadrare i conti a fine mese. Una vergogna per un paese civile e un allarme che non è più solo economico ma anche sociale – dice il presidente Codacons Carlo Rienzi – Per tale motivo riteniamo necessario un intervento sulla fiscalità dei generi di prima necessità, a partire da un taglio dell’Iva sui beni alimentari, e un criterio di calcolo delle tariffe energetiche che tenga conto soprattutto degli interessi degli utenti, più che delle società fornitrici».

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