Pena di morte, Amnesty International: nel 2024 almeno 1518 esecuzioni, il dato più alto dal 2015 (Foto: Report di Amnesty International)

Pena di morte, Amnesty International: nel 2024 almeno 1518 esecuzioni, il dato più alto dal 2015 (Foto: Report di Amnesty International)

Nel 2024 sono oltre 1500 le persone messe a morte in 15 stati, il numero di esecuzioni a livello globale più alto dal 2015: è quanto emerso dal rapporto annuale sulla pena di morte di Amnesty International, intitolato Condanne a morte ed esecuzioni 2024. Secondo il rapporto, nel 2024 sono state registrate almeno 1518 esecuzioni: la maggior parte di queste è avvenuta in Medio Oriente. Tuttavia, per il secondo anno consecutivo, il numero degli stati che hanno eseguito condanne a morte è rimasto il più basso mai registrato.

Ad oggi, 113 stati hanno abolito completamente la pena di morte e in totale 145 l’hanno eliminata dalle leggi o dalla prassi.

I dati noti non includono le migliaia di persone che si crede siano state messe a morte in Cina, che continua a essere lo stato con il più alto numero di esecuzioni al mondo, così come nella Corea del Nord e in Vietnam, dove si ritiene che la pena di morte venga ancora ampiamente applicata – spiega Amnesty -. Inoltre le crisi in corso in Palestina e in Siria non hanno permesso all’organizzazione di confermare numeri precisi.

“La pena di morte è una pratica aberrante che non ha posto nel mondo di oggi. Sebbene in alcuni stati la segretezza continui a ostacolare il monitoraggio internazionale, rendendo difficile valutare l’effettiva entità delle esecuzioni, è evidente che quelli che mantengono la pena di morte costituiscono una minoranza sempre più isolata. Con soli 15 stati ad aver eseguito condanne a morte nel 2024, il numero più basso mai registrato per il secondo anno consecutivo, si conferma la tendenza all’abbandono di questa punizione crudele, inumana e degradante”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

I cinque stati con il più alto numero di esecuzioni registrato nel 2024 sono stati Cina, Iran, Arabia Saudita, Iraq e Yemen. 

Amnesty: la pena di morte uno strumento di repressione

Nel corso del 2024 Amnesty International ha osservato come “leader politici abbiano strumentalizzato la pena di morte con il falso pretesto di migliorare la sicurezza pubblica o per seminare paura tra la popolazione. Negli Stati Uniti, dove le esecuzioni sono in costante aumento dalla fine della pandemia da Covid-19, sono state messe a morte 25 persone, contro le 24 del 2023. Il neoeletto presidente Donald Trump ha più volte invocato la pena di morte nei confronti di “stupratori violenti, assassini e mostri”: le sue dichiarazioni disumanizzanti hanno alimentato la falsa convinzione che la pena capitale abbia un effetto deterrente unico contro la criminalità – sottolinea l’Organizzazione. – In alcuni stati del Medio Oriente la pena di morte è stata usata per mettere a tacere difensori dei diritti umani, dissidenti, manifestanti, oppositori politici e minoranze etniche“.

“Nel 2024 – ha proseguito Callamardl’Iran ha continuato a usare la pena di morte contro coloro che avevano messo in discussione l’autorità della Repubblica islamica durante le manifestazioni del movimento ‘Donna Vita Libertà’. Lo scorso anno due di queste persone, tra cui un giovane con disabilità mentale, sono state messe a morte in relazione alle proteste, a seguito di processi iniqui e di ‘confessioni’ estorte con la tortura, dimostrando fino a che punto le autorità siano state disposte a spingersi per rafforzare la loro presa sul potere”.

Il Report riporta anche il caso delle “autorità saudite, che hanno continuato a utilizzare la pena di morte per reprimere il dissenso politico e punire appartenenti alla minoranza sciita che avevano partecipato a proteste ‘contro il governo’ tra il 2011 e il 2013. Ad agosto le autorità hanno messo a morte Abdulmajeed al-Nimr per reati legati al terrorismo e alla sua presunta adesione ad al-Qaeda, nonostante i primi atti giudiziari avessero fatto riferimento esclusivamente alla sua partecipazione alle proteste”. Inoltre “nella Repubblica Democratica del Congo il governo ha annunciato l’intenzione di riprendere le esecuzioni, mentre le autorità militari del Burkina Faso hanno dichiarato di voler reintrodurre la pena di morte per i reati comuni”.

Le esecuzioni per reati legati alla droga

Amnesty International ha rilevato anche un aumento delle esecuzioni legate alla droga: oltre il 40% delle esecuzioni ha riguardato questa tipologia di reato.

“Le esecuzioni per reati legati alla droga sono state frequenti in Cina, Iran, Arabia Saudita e Singapore e, sebbene non sia stato possibile confermarlo, probabilmente anche in Vietnam. In molti contesti, condannare a morte persone per reati legati alla droga ha un impatto sproporzionato su persone provenienti da contesti svantaggiati, senza alcuna prova che ciò contribuisca a ridurre il traffico di stupefacenti”, ha dichiarato Callamard.

“I leader politici che promuovono la pena di morte per reati legati alla droga – ha aggiunto – propongono soluzioni inefficaci e illegali. Gli stati che stanno valutando di introdurre la pena capitale per questi reati, come Maldive, Nigeria e Tonga, devono essere denunciati e incoraggiati a mettere i diritti umani al centro delle loro politiche sulle droghe”.

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