Pubblicità delle scommesse nel calcio, quanto guadagna lo sport? L'indagine

Pubblicità delle scommesse nel calcio, quanto guadagna lo sport? L'indagine (foto Pixabay)

Pubblicità delle scommesse nel calcio, Giocoresponsabile.info: scorciatoia economica dal ritorno incerto

Secondo uno studio realizzato da Giocoresponsabile.info, il ritorno della pubblicità delle scommesse nel calcio porterebbe a un introito di circa 20 milioni di euro all’anno. Sempre secondo l’analisi, però, con quelle risorse si potrebbero raddoppiare i pazienti in cura per ludopatia in Italia

Quanto guadagnerà lo sport dal ritorno delle pubblicità di scommesse negli stadi? Uno studio realizzato dall’associazione no-profit Giocoresponsabile.info stima un introito di circa 20 milioni di euro all’anno, ossia l’1% di un volume di affari stimato in 1,5 miliardi legato al betting sportivo.

Lo studio analizza, quindi, le possibili modalità di utilizzo di tali fondi.

Calcio e pubblicità delle scommesse, come verranno utilizzati i fondi?

Lo studio analizza in primo luogo l’ipotesi che le risorse ottenute con la pubblicità delle scommesse nel calcio possano essere utilizzati per restaurare gli stadi. Questa strada, secondo lo studio, non sarebbe percorribile.

“Questa cifra risulta del tutto insufficiente per sostenere le esigenze finanziarie delle leghe maggiori, in particolare la Serie A e la Serie B – analizza lo studio. – Basti pensare che il solo restauro di uno stadio di Serie A, come il Dall’Ara di Bologna o l’Artemio Franchi di Firenze, può superare i 130–200 milioni di euro, mentre un intervento strutturale in Serie B, come quello previsto a Empoli, si aggira intorno ai 45 milioni. In questo contesto, i fondi derivanti dal betting coprirebbero appena una frazione marginale dei costi necessari, dimostrando che, se destinati alle realtà di vertice, questi soldi non avrebbero un impatto significativo“.

“Viene quindi da chiedersi – prosegue l’analisi – serve davvero riaprire le porte alla pubblicità delle scommesse per incassare qualche milione in più? Non esistono forse modelli di finanziamento alternativi, più etici e sostenibili, capaci di supportare lo sport senza legarlo a settori controversi come il gioco d’azzardo? È una domanda scomoda, ma necessaria, se si vuole costruire una visione a lungo termine per lo sport italiano”.

La seconda ipotesi presa in considerazione è quella degli investimenti nei settori giovanili. Secondo lo studio, “con una distribuzione mirata, tali fondi potrebbero contribuire a migliorare strutture sportive di base, sostenere la formazione degli allenatori, fornire attrezzature moderne e coprire i costi per la partecipazione a tornei e campionati giovanili. In particolare nelle serie minori e nelle aree meno sviluppate, anche modesti investimenti possono avere un impatto reale e misurabile sulla crescita dei talenti e sull’inclusione sociale attraverso lo sport”.

Tuttavia resta aperto un interrogativo cruciale: “è giusto finanziare lo sport giovanile con soldi provenienti dal gioco d’azzardo? Se da un lato questi fondi potrebbero aiutare migliaia di giovani atleti – analizza l’indagine – dall’altro si rischia di legittimare una dipendenza economica da un settore che porta con sé problematiche sociali e sanitarie rilevanti. La questione, quindi, non è solo economica ma anche etica”.

Curare la ludopatia

Lo studio include anche un’analisi su quanti pazienti ludopatici si potrebbero curare con quei 20 milioni, ricordando che il gioco d’azzardo patologico ha costi altissimi per la collettività.

Basti pensare che i centri SerD per le dipendenze trattano ogni anno migliaia di casi di ludopatia. Inoltre secondo i dati dell’ISS e di Eurispes, il costo sanitario e sociale della dipendenza da gioco in Italia si aggira tra il mezzo miliardo e il miliardo di euro l’anno.

“Anche se la nuova norma prevede una quota di reinvestimento nello sport – spiega l’indagine – non risolve il problema alla radice: la pubblicità normalizza il gioco, soprattutto tra i più giovani. E i rischi non sono trascurabili”.

Attualmente, si stima che in Italia ci siano circa 1,5 milioni di giocatori problematici, ma solo circa 12.000 di essi sono in cura. Pertanto – analizza lo studio – “un investimento di 20 milioni di euro potrebbe raddoppiare il numero di pazienti in trattamento, rappresentando un passo significativo nella lotta contro la ludopatia”.

“In definitiva – conclude – più che una strategia per rilanciare lo sport, questa manovra sembra una scorciatoia economica dal ritorno incerto. Il rischio è che, nel tentativo di tappare qualche buco di bilancio, si finisca per aprirne altri, ben più profondi, nel tessuto sociale del Paese”.

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