Po in secca, laghi in sofferenza: la crisi climatica è crisi dell’acqua

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Dal Po in secca ai laghi in sofferenza idrica alla scarsità di accumulo nevoso, la crisi climatica diventa crisi dell’acqua. Legambiente: “Occorre ripensare la gestione del bacino del Po e della risorsa idrica intervenendo a livello strutturale e non solo nel periodo dell’emergenza”

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Po in secca, laghi in sofferenza: la crisi climatica è crisi dell’acqua (Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/alberto68a-2593919/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=6550559">alberto agostini</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=6550559">Pixabay</a>)

La crisi climatica è anche una crisi dell’acqua. In Italia, in questo periodo, significa avere il Po in secca, i grandi laghi in sofferenza idrica, gli accumuli nevosi in quota nulli o inferiori alla media, non più in grado di alimentare laghi e fiumi. Le immagini emblematiche: il delta del Po in secca, dove “non arriva più acqua – spiega Legambiente – perché è saltato il regime idrologico di piogge e disgelo dei ghiacciai che lo alimentava come un tempo, mentre un modello agricolo sempre più bisognoso di acqua ha fatto il resto”. L’immagine è quella di un granchio blu spiaggiato sul letto in secca del Po, a 70 km dalla foce.

Nel Po in secca risale il cuneo salino, ovvero l’acqua salata dal mare, per km dalla foce. E questo produrrà danni agli ecosistemi e all’agricoltura, già sotto pressione per le ondate di calore.

Se poi l’acqua è scarsa, e la carenza idrica è strutturale, allora anche l’agricoltura deve cambiare. “È evidente che il cambiamento climatico ha reso insostenibile l’ordinamento colturale della pianura: se cambia il clima devono cambiare anche le colture, in particolare quelle a raccolto estivo”, spiega Legambiente. Le prime colture investite dal cambiamento saranno quelle di mais e riso.

Interventi emergenziali

Davanti a una situazione di questo tipo – fiume Po in secca, laghi principali in sofferenza, accumuli nevosi scarsi – l’Italia “ancora una volta interviene in fase emergenziale e a colpi di ordinanze di limitazione dei consumi”. A denunciare questo modus operandi è appunto Legambiente, che lancia un appello al Governo e alla Regioni del bacino padano con una serie di proposte volte a una gestione strutturale del bacino del Fiume Po. “Qui ogni anno vengono prelevati oltre 20 miliardi di metri cubi d’acqua, sia dalle fonti superficiali che dalle acque sotterranee. Di questi, quasi il 75% è destinato agli usi irrigui; la restante parte, proveniente soprattutto dalle acque sotterranee, è per usi industriali e civili”.

Il Po in secca e i laghi fragili

Il Po in secca esibisce dati sempre più preoccupanti. Le portate del fiume sono inferiori ai valori medi climatici dello stesso periodo 1991-2020, con anomalie, per il mese di giugno, che superano il 60% per tutte le stazioni di riferimento. Le peggiori sono Piacenza (-67%) e Cremona (-65%), ma anche Pontelagoscuro (-65%), Borgoforte (-64%) e Boretto (-62%) presentano condizioni critiche. Pontelagoscuro è sotto i riflettori perché la portata registrata in questa stazione fa da campanello d’allarme all’ingresso dell’acqua del mare nel Delta. Attualmente la portata è di 264 m³/s, ben al di sotto della soglia di 450 m³/s necessaria a contenere il cuneo salino nel Delta.

I grandi laghi sono fragili, hanno altezze idrometriche inferiori alla media e sono sempre più sotto pressione a causa di inquinamento e attività antropiche, come raccontato da Legambiente nel suo ultimo report “Laghi sotto pressione”. In alta quota intanto accelera la fusione dei ghiacciai. In pratica “le riserve naturali d’acqua immagazzinate nella neve sono ormai esaurite, riducendo il contributo alla fusione estiva che alimenta il Po e i suoi affluenti”.

La crisi dell’acqua

È una crisi dell’acqua e investe fiumi, laghi, ecosistemi, agricoltura e comunità.

“La crisi climatica avanza e ne dobbiamo tenere conto nella gestione di una risorsa vitale come l’acqua. Il problema – ha detto Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – non è solo la scarsità d’acqua, ma il ritardo con cui il Paese sta adattando la gestione della risorsa a un clima ormai profondamente cambiato”.

Ad esempio l’attuazione del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici è troppo lenta.

“Che fine hanno fatto il DPR sul riutilizzo delle acque reflue in agricoltura e lo stanziamento dei fondi per attuare il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici? – prosegue Ciafani –Nonostante negli ultimi anni si sia investito nell’ammodernamento delle infrastrutture irrigue, anche attraverso interventi di digitalizzazione, telecontrollo, misurazione dei volumi e riduzione delle perdite, sostenuti anche dal PNRR, non abbiamo risolto il problema. È attivato il momento degli interventi strutturali e non delle iniziative spot, occorre fare di più”.

“Se cambia il clima, deve cambiare anche l’agricoltura”

Inoltre l’adattamento alla crisi climatica investe l’intero sistema agricolo. Ciafani spiega che “non è più sufficiente irrigare in modo più efficiente, ma serve adattare gli orientamenti colturali al nuovo quadro climatico, considerando che le disponibilità idriche per la stagione estiva non potranno mai più essere quelle del passato: se cambia il clima, deve cambiare anche l’agricoltura, che è anche la prima vittima della crisi climatica. Il tutto nella piena consapevolezza che non serve più intervenire quando l’emergenza è in corso, il grosso del lavoro va fatto prima”.

L’associazione chiede una serie di interventi fra i quali l’approvazione definitiva del DPR sul riutilizzo delle acque reflue per combattere la siccità in agricoltura e lo stanziamento delle risorse economiche necessarie per attuare il Piano nazionale di Adattamento ai cambiamenti climatici. A oggi per l’associazione ambientalista “le ordinanze di limitazione dei consumi e gli appelli al risparmio sono strumenti importanti e utili nelle situazioni di emergenza, ma non possono essere la risposta principale a un fenomeno che, ormai, è in grado di mettere in crisi l’agricoltura, le attività produttive, gli ecosistemi della pianura e quindi la qualità della vita delle comunità”.

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