A cosa servono le cose? Un altro consumo è possibile. E i bambini lo sanno
“A cosa servono le cose?” è il libro scritto da Tina Napoli con le illustrazioni di Marco Petrella. Nove racconti per ragazzi, un viaggio nelle cose che parla ai piccoli e agli adulti. Help Consumatori l’ha intervistata. Sul libro, sulle cose e su come cambiare (un po’) il mondo
A cosa servono le cose? Intervista a Tina Napoli
“Un consumatore da solo non cambia il mondo. Ma si rende conto del mondo in cui vive e delle ingiustizie che subisce. E quando comincia a farlo insieme agli altri, le cose cambiano forma. La differenza tra un consumatore e un consumatore consapevole non è quanto si spende. È quante domande ci si fa prima”. Nike è una bambina che comincia a farsi domande quando si imbatte in un documentario su come vengono prodotti i vestiti in Bangladesh. Le mani dei bambini cuciono gli abiti che poi arrivano nel ricco Occidente. E da allora Nike (si pronuncia come la dea greca e non come il brand più famoso del mondo), insieme a un gruppo di amici che presto diventa la Banda dei Prometei, comincia a ragionare sul senso delle cose.
Le cose vere, gli oggetti di cui tutti ci circondiamo in gran quantità, spinti da un desiderio che li fa volere e poi rapidamente dimenticare. Vestiti, giocattoli, tecnologia: le cose e tutto quello che c’è intorno. Spesso non le capiamo perché è un mondo ammantato di pubblicità, falso desiderio, eccesso. “A cosa servono le cose?” è il libro scritto da Tina Napoli, con le illustrazioni di Marco Petrella, pubblicato da Momo Edizioni. Un testo per ragazzi che parla a loro e agli adulti. Un viaggio nelle cose.
A cosa servono le cose?
“Non esiste una pubblicità con le mani di chi lavora”, è una delle prime scoperte di Nike e della sua banda di amici, perché la fatica rompe la falsa favola delle pubblicità ingannevoli. Le cose che ci circondano si accumulano anche quando non sono rotte; non sono neanche vecchie; semplicemente, non attirano più desiderio.
“Forse quelle cose non devono tornare indietro. Forse devono andare avanti”. Significa riutilizzarle. Oppure ripararle. Alcuni oggetti “smettono di funzionare perché nessuno prova più a capirli. Altri aspettano solo tempo, attenzione e mani sapienti”. E allora commuove il lettore adulto la capacità dei bambini di convincere la scuola a realizzare una Stanza della Riparazione. E commuove la Biblioteca Umana in cui le persone sono loro stesso libri: le persone comuni che hanno fatto la scelta giusta e hanno vinto un’ingiustizia, hanno salvato alberi, hanno girato il documentario sui bambini in Bangladesh, hanno lottato contro il caporalato.

Un altro modo di rapportarsi al consumo
Tina Napoli, esperta in politica dei consumatori, spiega a Help Consumatori la genesi di questo libro. Le cose che ci stanno dentro. E molto altro.
«Sono nove racconti per ragazzi dai 9 ai 14 anni, ma si legge anche da adulti, per disseminare e creare consapevolezza sull’impatto del consumo e su cosa c’è dietro ogni prodotto che compriamo – ci spiega – L’idea è di utilizzare la narrativa e raccontare, attraverso le avventure di ragazzi undicenni in una Roma immaginaria ma non troppo, tutto quello che c’è dietro un prodotto di fast fashion, una pubblicità, un cellulare che si rompe. Attraverso le loro avventure i ragazzi scoprono che hanno dei diritti, che il dietro le quinte di un oggetto può nascondere sfruttamento e pubblicità ingannevole. Scoprono che i prodotti si possono riparare, che l’Europa ha investito sul diritto alla riparazione, che ci sono i diritti dei viaggiatori. Attraverso queste storie, dei ragazzini curiosi scoprono un altro modo di rapportarsi al consumo».
Come si fa a smontare una pubblicità ingannevole? I vestiti spesso costano poco, possono essere comprati a rate, la pubblicità evoca immaginari e bisogni.
«Le storie – spiega Tina Napoli – nascono dal documentario che Nike vede, i bambini che cuciono vestiti dall’altra parte del mondo, con l’idea di ricordare Rana Plaza e l’esternalizzazione del fast fashion. Lei vede il documentario e da lì si pone delle domande. E ogni domanda è un atto di ribellione. La provocazione è: perché un grande brand non inserisce in pubblicità da dove viene il prodotto e chi l’ha prodotto? È tutto un grande storytelling, sia di chi vuole accorciare le distanze sia da chi permette di acquistare a rate con prodotti che diventano rifiuti dall’altra parte del mondo. Nell’ambito del tessile, dal prossimo anno ci sarà il passaporto digitale dei prodotti, la normativa ha fatto tanto, ma nella comunicazione si aggancia ancora poco il consumatore sui temi della responsabilità sociale di impresa e di sostenibilità».
“Viviamo in un mondo pieno di contraddizioni”
L’approccio è senza giudizio. C’è l’obiezione del prezzo da parte di chi non ha soldi per comprare prodotti di alta qualità.
«Non voglio che passi il messaggio che sia un discorso per classi agiate. Viviamo in un mondo pieno di contraddizioni, è bene che le conosciamo», spiega l’autrice del racconto.
Nella vita di ogni giorno si fanno tanti acquisti, condizionati anche da bassi redditi e dall’aumento del costo della vita. L’esito sono montagne di rifiuti. Quello che fa la differenza diventa allora interrogarsi su cosa serva davvero, perché il sistema stesso «invoglia a comprare una cosa a settimana».
Spiega allora l’autrice: «Non si vuole passare la responsabilità nelle mani del singolo, che sta in mezzo a questo sistema. Interrogarsi è un modo per scegliere con più consapevolezza».
La responsabilità del singolo
Eccola la parola: la responsabilità. Dietro tanti consumi ci sono dinamiche di sfruttamento dei lavoratori, nella moda come nelle filiere agricole. I consumatori possono essere leva di cambiamento, e quanto il singolo può lottare contro tutto questo?
«La responsabilità del singolo c’è sempre, ma non è paragonabile a quella della filiera, del decisore, del legislatore e del comparto produttivo – argomenta l’autrice del libro – Penso che la responsabilità del singolo si debba costruire in un percorso collettivo. Siamo in mezzo a una complessità tale che il singolo rischia di essere velleitario, ma mi rifiuto di pensare che ogni singolo pensi che non dipenda da lui. Il senso di questi piccoli racconti, il mio lavoro negli ultimi anni, è quello di non arrendersi a questo modello di pensiero. Diffondere conoscenze è una semina per un mondo che può andare anche in un’altra direzione. Assumersi la responsabilità della scelta, e di conoscere, è già un primo passo. Dietro al consumo c’è anche un’idea di mondo, di economia e di società».
