Acqua

Acqua potabile, Altroconsumo: valori di TFA superiori ai limiti in un quarto delle fontanelle analizzate (foto Pixabay)

Un’indagine di Altroconsumo ha individuato la presenza di TFA (acido trifluoroacetico), una sostanza chimica che rientra nella categoria dei PFAS (noti anche come “inquinanti eterni”) nell’acqua potabile pubblica prelevata da fontanelle e case dell’acqua in alcune regioni del Centro e Nord Italia.

In particolare, l’indagine ha interessato le dieci località nelle quali sono presenti le sorgenti di alcune delle acque minerali imbottigliate, già oggetto di test a maggio 2025 da parte di Altroconsumo, e quattro grandi città (Torino con doppio campionamento, Milano, Firenze, Sondrio). I prelievi sono stati effettuati tra fine marzo e inizio aprile 2025.

TFA nell’acqua potabile, i risultati dell’indagine

Il TFA è stato rilevato in tutti i 15 campioni analizzati, con concentrazioni comprese tra 274 e 920 nanogrammi per litro, simili a quelle osservate nelle acque in bottiglia. In 4 casi su 15 i valori superano la soglia di riferimento di 500 ng/l, prevista per i PFAS totali dal Decreto legislativo 18/2023. Il dato più alto è stato registrato a Torino, presso la casa dell’acqua in piazza Galimberti, mentre quello più basso a Milano, presso una fontanella pubblica in piazza Duca d’Aosta.

I campioni con i valori più elevati, dunque, sono stati rilevati a Torino, casa dell’acqua in piazza Galimberti (920 ng/l), Firenze, Piazza della Repubblica (880 ng/l), Paesana (CN) (850 ng/l), Torino – fontanella di piazza Galimberti (840 ng/l), Luserna San Giovanni (TO) (590 ng/l) e Valdisotto (SO) (530 ng/l).

A Torino, Altroconsumo ha effettuato un doppio prelievo che ha consentito di confrontare due fonti di acqua potabile pubblica: una fontanella e una casa dell’acqua. Il campione prelevato alla casa dell’acqua gestita da SMAT ha mostrato la concentrazione di TFA più alta tra tutti i campioni analizzati: 920 nanogrammi per litro. Nella stessa piazza, la fontanella ha registrato un valore leggermente più basso, pari a 840 ng/l.

“La differenza, seppur contenuta, è interessante – spiega l’organizzazione -. Considerando che le due fonti si trovano a pochi metri di distanza e che l’acqua proviene presumibilmente dallo stesso acquedotto, è possibile che il piccolo scarto nei valori sia legato al sistema di refrigerazione utilizzato dalla casa dell’acqua“.

Confrontando questi dati con quelli relativi alle acque minerali, emerge un quadro omogeneo: in otto casi su dieci le concentrazioni di TFA nelle acque pubbliche sono simili o lievemente inferiori rispetto a quelle riscontrate nelle acque in bottiglia dei medesimi territori.

“La diffusione del TFA, rilevata sia nelle bottiglie sia nei rubinetti, conferma la pervasività di questa sostanza e la sua presenza costante nel ciclo idrico – commenta Altroconsumo -. Questo dato evidenzia la necessità di introdurre al più presto un limite normativo specifico per il TFA, per garantire una regolamentazione chiara e tutelare la qualità dell’acqua destinata al consumo umano”.

L’organizzazione ha chiesto al Parlamento, dove si sta discutendo il recepimento della nuova direttiva sulle acque destinate al consumo umano, che il TFA sia considerato come PFAS e che quindi valga per il TFA lo stesso limite di massimo 500 nanogrammi per litro (in attesa che EFSA ed ECHA definiscano questo limite).

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