Sport e salute, con la vita sedentaria aumenta la spesa sanitaria

Sport e salute, con la vita sedentaria aumenta la spesa sanitaria

Praticare un’attività sportiva regolare permette di ridurre la propria spesa sanitaria di 97 euro, mentre una vita sedentaria può costare un aumento delle spese per motivi di salute di 52 euro. Anche le abitudini e gli stili di vita influiscono sui costi sanitari a carico delle famiglie: un fumatore, ad esempio, spende 87 euro in più l’anno. È quanto emerge dalla ricerca “Il costo sociale e sanitario della sedentarietà”, realizzata da Uisp, Svimez e Sport e Salute.

Sport vs vita sedentaria, le differenze territoriali

Oggetto dell’indagine le differenze territoriali con riguardo alla pratica sportiva e le conseguenze sugli stili di vita.

In particolare, nel Centro Nord il 42% della popolazione adulta pratica sport regolarmente e il 26,8% saltuariamente. Nel Mezzogiorno le percentuali si invertono: la maggioranza pratica sport saltuariamente (33,2%) mentre la minoranza lo pratica abitualmente (27,2%). Il divario si riflette sulla percentuale di sedentari, con particolare riguardo ai minori: 15% nel Centro Nord e 22% nel Centro Sud. Nel Mezzogiorno, inoltre, diminuiscono le aspettative di vita, che rimangono di 3 anni inferiori rispetto a quelle degli adulti centro-settentrionali.

I dati relativi alla pratica sportiva e alla vita sedentaria si riflettono poi sullo stato di salute. Secondo l’indagine, infatti, nel Sud Italia il 12,08% degli adulti soffre di obesità, rispetto a circa il 10% del Centro Nord; quasi un minore su 3 nella fascia tra i 6 e i 17 anni è in sovrappeso nel meridione, rispetto ad un ragazzo su cinque nel Centro Nord.

La ricerca ha indagato anche gli stili di vita e i comportamenti del campione in relazione ai cambiamenti e alle restrizioni legate alla pandemia da Covid-19 dell’ultimo anno: il 26,2% degli intervistati ha dichiarato di non praticare alcuno sport.

Nel Sud meno impianti sportivi pubblici

L’indagine mette in luce anche ulteriori differenze tra Nord e Sud Italia, ossia quelle che riguardano gli impianti sportivi. In particolare, emerge che nelle regioni settentrionali più di uno sportivo su due utilizza un impianto sportivo di proprietà e/o gestione pubblica, mentre al Sud solo il 37,5% pratica sport in un impianto pubblico, mentre il 62,5% può praticare sport solo in un impianto privato.

Un divario – sottolinea la ricerca – inevitabilmente generato da una minore diffusione di impianti sportivi pubblici nelle regioni meridionali e insulari.

 

sport e salute

 

L’offerta di impianti sportivi pubblici, infatti, è maggiormente carente in Sicilia, dove la quasi totalità (il 90%) pratica sport in strutture a gestione privata. Le regioni che registrano le quote più basse sono Campania e Sicilia con valori intorno al 23%, seguite da Calabria e Puglia dove la pratica sportiva negli impianti pubblici riguarda circa il 30%.

La ricerca sottolinea, quindi, come gli investimenti nell’impiantistica sportiva appaiono cruciali per favorire la pratica sportiva, in particolare di categorie di soggetti fragili e a rischio di esclusione sociale, e per incoraggiare e sostenere la pratica sportiva del target più giovane di bambini e ragazzi.

“In tal senso – sottolineano Uisp, Svimez e Sport e Salute – il coinvolgimento degli Enti pubblici locali e delle sedi territoriali dell’associazionismo sportivo appare fondamentale, sia per l’attuazione di tali programmi regionali e la realizzazione di azioni specifiche, sia per la manutenzione di impianti preesistenti e di nuova costruzione”.

Infine – proseguono – è proprio a livello locale che appare opportuno attivare un canale permanente di ascolto e monitoraggio dei bisogni e della domanda locale di pratica sportiva, soprattutto delle categorie più fragili, minori, anziani, disabili.


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