Apple, Antitrust avvia indagine sui servizi cloud

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Secondo il Digital Markets Act, Apple deve garantire a terzi, a titolo gratuito, l’effettiva interoperabilità con le componenti hardware e software controllate tramite i sistemi operativi iOS e iPadOS

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Apple, indagine Antitrust ai sensi del DMA (Immagine generata dall'AI, Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/avnsuresh-19928520/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8988763">Suresh anchan</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8988763">Pixabay</a>)

L’Antitrust avvia un’indagine nei confronti di Apple ai sensi del Digital Markets Act. Secondo l’ipotesi sui cui l’Autorità sta lavorando, sembra che “i fornitori dei servizi cloud concorrenti del servizio di storage iCloud di Apple non siano posti nelle condizioni di offrire i propri servizi sui dispositivi iOS e iPadOS”. L’indagine riguarda dunque i servizi cloud di Apple.

Apple deve garantire interoperabilità

L’indagine riguarda le società del gruppo (Apple Inc., Apple Distribution International Ltd e Apple Italia S.r.l.) e l’osservanza dell’obbligo di interoperabilità previsto dal Digital Markets Act cui sono sottoposti i sistemi operativi iOS e iPadOS di Apple.

Ai sensi del DMA, spiega l’Antitrust, Apple deve garantire ai fornitori terzi di servizi cloud consumer, a titolo gratuito, l’effettiva interoperabilità con i sistemi operativi iOS e iPadOS, nonché parità di accesso alle stesse componenti hardware e software che sono disponibili per il servizio iCloud di Apple.

Backup impossibile

Sulla piattaforma di whistleblowing dell’Antitrust è arrivata, nell’aprile 2025 poi integrata a febbraio 2026, una denuncia che segnalava “l’impossibilità per il cliente finale di effettuare l’intero backup del proprio dispositivo cellulare iPhone e del tablet iPad su un servizio cloud diverso da quello fornito dalla stessa Apple, ovvero iCloud”.

La condotta dell’azienda, spiega l’Antitrust nel provvedimento di avvio indagine, costringerebbe l’utente ad “avvalersi del servizio cloud di Apple (e potenzialmente anche sottoscrivendo un abbonamento iCloud+) per effettuare il backup integrale delle app, dei messaggi e delle impostazioni, e – impedendo di utilizzare altri servizi cloud per tale finalità – ciò disincentiverebbe il ricorso a servizi cloud concorrenti”.

La segnalazione evidenzia la rilevanza del sistema di backup sul cloud del cellulare o del tablet, che può servire anche a ripristinare i dati in caso di perdita o danneggiamento o acquisto di un nuovo dispositivo.

“In particolare, – prosegue l’Antitrust – il backup di un iPhone, nell’ambito del sistema operativo iOS di Apple, garantisce il ripristino, non solo delle foto e dei documenti salvati sul telefono, ma anche delle app, dei contatti in rubrica, dei messaggi, delle impostazioni e delle preferenze, senza la necessità di effettuare manualmente le operazioni di archiviazione. Lo stesso vale anche con riferimento agli iPad”.

Secondo la denuncia arrivata all’Antitrust, l’impossibilità di effettuare il backup integrale di un dispositivo iPhone o iPad su un servizio cloud diverso da quello fornito dalla stessa Apple deriverebbe da una decisione di Apple, dalla configurazione dei sistemi operativi e dalla circostanza che Apple “non consentirebbe ai servizi di cloud storage concorrenti di iCloud di accedere alle Application Programming Interface (o “API”) necessarie per creare tale backup integrale”.

Con le restrizioni tecniche sui sistemi operativi, conclude la denuncia, gli utenti sarebbero “incentivati a utilizzare il servizio iCloud – anche oltre il servizio base gratuito, che, solitamente, non sembrerebbe essere sufficiente ad archiviare l’intero backup comprensivo dei dati delle app e delle varie impostazioni del dispositivo – e sarebbero invece disincentivati ad usufruire di servizi cloud concorrenti a quello di Apple”.

Cosa prevede il DMA

L’Antitrust ritiene dunque di avere gli elementi per ritenere che i fornitori terzi di servizi cloud consumer potrebbero non essere posti nelle stesse condizioni del servizio iCloud di Apple, perché non sembrano avere accesso alle stesse componenti utilizzate o comunque rese disponibili al servizio iCloud.

Ai sensi del DMA, si legge nell’avvio dell’indagine, Apple “deve garantire che i fornitori di servizi cloud alternativi a iCloud possano godere di un’interoperabilità effettiva con i sistemi operativi iOS e iPadOS e, a tali fini, possano avere accesso alle stesse componenti hardware e software utilizzate, nell’ambito della presente indagine, per offrire il servizio iCloud. In particolare, Apple deve garantire ai fornitori concorrenti dei servizi cloud una piena parità di accesso alle componenti iOS e iPadOS utilizzate o comunque rese disponibili al servizio iCloud”.

La condotta di Apple potrebbe invece configurare “un caso di possibile non conformità” all’obbligo di interoperabilità perché potrebbe non garantire “l’interoperabilità effettiva necessaria per consentire loro di sviluppare servizi cloud alternativi rivolti agli utenti finali, favorendo la contendibilità dei mercati e garantendo la pluralità di offerta a vantaggio dei consumatori finali”.

È la prima volta che l’Autorità esercita questo tipo di poteri, previsti dal DMA e dalle norme che riguardano concorrenza e mercati digitali. In base alla legge, l’Antitrust può dunque prestare supporto alla Commissione europea con lo svolgimento di indagini preliminari ai sensi del DMA. Il procedimento è stato avviato in stretta cooperazione con la Commissione. E i risultati saranno trasferiti alla Commissione.

I Consumatori: garantire concorrenza, tecnologia sia al servizio del cittadino

“Si faccia subito chiarezza – afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori – La concorrenza, dove esistono società che hanno una leadership tecnologica e sono un benchmark di riferimento per l’intera industria di quel settore, si può avere solo con l’osservanza dell’obbligo di interoperabilità del sistema operativo, altrimenti l’egemonia industriale diventa un monopolio a tutti gli effetti e i consumatori vengono danneggiati, sia con prezzi maggiori sia con minori servizi disponibili tra cui scegliere. Per questo è bene che le indagini siano rapide”.

“Abbiamo sempre sostenuto – afferma Martina Donini, presidente nazionale di Udicon – che la tecnologia deve essere al servizio del cittadino e non viceversa: tutta la normativa europea sul mondo digitale, a nostro avviso, deve essere interpretata in un senso chiaro, ovvero come garanzia per i consumatori. Questi devono conservare il controllo delle funzionalità essenziali dei dispositivi e dei servizi, senza che la libertà di scelta sia limitata. Per come sono strutturate oggi le big tech, il consumatore sceglie un’azienda e si ritrova dentro un ecosistema digitale integrato di servizi, dalle app alla musica fino all’archiviazione dati. Se da un lato questo può sembrare comodo, abbiamo sempre temuto un effetto di lock-in, in cui l’ecosistema finisce per stringersi attorno all’utente, rendendolo di fatto sempre più vincolato alla stessa azienda”.

“Come Udicon, crediamo che ciò sia necessario per ampliare le possibilità di scelta per il consumatore, ridurre il rischio di lock-in e favorire la concorrenza tra soluzioni diverse. L’interoperabilità deve essere piena e mai ostacolata, tantomeno con mezzi tecnici”, conclude Donini.

Si tratta di “un passo fondamentale nella tutela dei cittadini contro i grandi colossi del mercato digitale”, aggiunge Federconsumatori, che dimostra come le autorità nazionali possono svolgere un ruolo attivo nella costruzione di mercati digitali equi, accessibili, trasparenti e inclusivi, in sinergia con le istituzioni europee.

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