Mense scolastiche, Cittadinanzattiva: costi in aumento
Le mense scolastiche sono strategiche per contrastare la povertà alimentare e l’obesità infantile e garantire a tutti i bambini un pasto adeguato. Ma i costi aumentano: la spesa media è di 87 euro al mese per la scuola dell’infanzia e di 89 al mese per la primaria
Mense scolastiche, report Cittadinanzattiva (Foto Anastasia Shuraeva per Pexels)
Aumentano i costi delle mense scolastiche. Nell’anno 2025/2026, le famiglie hanno speso in media 87 euro al mese per la mensa di un figlio iscritto alla scuola dell’infanzia e 89 euro al mese se iscritto alla primaria. Nella rilevazione dell’anno precedente, la spesa media era di 85 euro all’infanzia e 86 euro alla primaria. A livello nazionale, il costo medio di un pasto passa a 4,3 euro per l’infanzia e 4,41 euro per la primaria, con un rincaro medio rispettivamente del 2,1% e del 2,7%, oltre che con picchi di aumento che nella scuola primaria raggiungono il +16,6% in Molise e il +7,6% in Abruzzo.
Il valore delle mense scolastiche
Le mense scolastiche sono luogo di socialità e di educazione alimentare, strumento per contrastare la povertà alimentare, garantire inclusione, superare disuguaglianze e permettere l’estensione del tempo pieno.
Secondo il Ministero dell’Istruzione, per l’anno scolastico 2025/2026, il tempo pieno (40 ore settimanali) è stato scelto dal 51,2% delle famiglie italiane che hanno iscritto i figli alla scuola primaria. Sono poco più di 1 milione e 100 mila i bambini e bambine che frequentano o richiedono il tempo pieno: un bambino su due. Il Centro Italia è l’area con la maggiore diffusione del tempo pieno (soprattutto Lazio e Toscana); il Nord Italia presenta valori generalmente superiori alla media nazionale, spesso oltre il 60%. Il Sud e le Isole registrano le percentuali più basse, con molte regioni sotto il 40% e la Sicilia poco sopra il 20%.
Le mense scolastiche vanno riconosciute come servizio pubblico essenziale secondo Cittadinanzattiva, che porta avanti da tempo questa richiesta.
Insieme ad essa, l’associazione fotografa lo stato della situazione nella sua IX Indagine sulle mense scolastiche, con la quale l’associazione analizza per tutti i capoluoghi italiani quanto paga una famiglia composta da tre persone, due genitori e un figlio minore, con un reddito lordo annuo di 44.200 euro e un ISEE di 19.900 euro. Nel calcolo della quota annuale del servizio di ristorazione scolastica si è ipotizzata una frequenza di 20 giorni mensili per un totale di 9 mesi.
Mense scolastiche e differenze di prezzo
In media la regione più costosa si conferma l’Emilia Romagna con 116 euro mensili per l’infanzia e 115 euro per la primaria, in sensibile aumento rispetto ai 108 euro mensili medi rilevati nella scorsa indagine. La regione più economica rimane, invece, la Sardegna con 61 euro nell’infanzia (dato invariato) e 65 euro per la primaria (64 euro nell’anno passato).
Quest’anno la città più economica in assoluto è Cagliari, con un costo di 2,1 euro a pasto sia per l’infanzia che per la primaria. Sul fronte opposto, Parma risulta la città più cara in assoluto sia per l’infanzia (7,8 euro a pasto, scalzando Torino) sia per la primaria (7,1 euro). Fra le grandi città si conferma invece il dato virtuoso di Roma, con un costo a pasto invariato di 2,6 euro sia per l’infanzia che per la primaria.
Investimento contro povertà alimentare e disuguaglianze
“In Italia le mense scolastiche erogano circa 400 milioni di pasti all’anno, rendendo la refezione uno dei più grandi servizi pubblici di prevenzione sanitaria e nutrizionale del Paese – ha detto Adriana Bizzarri, Responsabile scuola di Cittadinanzattiva – oltre che strumento educativo e di inclusione. Per questo consideriamo la mensa scolastica un investimento strategico contro la povertà alimentare, l’obesità infantile e le disuguaglianze sociali e territoriali, oltre a essere il presupposto fondamentale per estendere il tempo pieno, oggi garantito solo a un bambino su due alla primaria su tutto il territorio nazionale”.
L’estensione del tempo pieno si aggancia infatti alla disponibilità o meno di edifici scolastici dotati di mensa. Secondo dati del Ministero dell’Istruzione, per l’anno scolastico 2024/2025 solo il 36,5% degli edifici scolastici statali è dotato di mensa, con differenze territoriali ancora evidenti fra Nord (45,5%), Centro (41,5%) e Sud, dove le mense sono presenti nel 24% degli edifici, e Isole al 22,3%. Qualche passo avanti è stato fatto ma le distanze rimangono.
Mense scolastiche come servizio pubblico essenziale
Nell’indagine trovano spazio alcune proposte sulla refezione scolastica. Fra queste, quella di riconoscere le mense scolastiche come “servizio pubblico essenziale”. Per Cittadinanzattiva la mensa deve diventare un servizio universale, sperimentando modelli graduali per ampliare la platea e uniformando le tariffe minime e massime almeno per macroaree territoriali.
Altro suggerimento è quello di rendere gli studenti protagonisti della lotta allo spreco e al “cibo spazzatura”. L’associazione chiede di sostenere programmi di educazione alimentare per ridurre gli sprechi ed eliminare i cibi e le bevande spazzatura dai distributori automatici scolastici, sostituendoli con prodotti freschi e locali.
Si teme il rialzo delle tariffe
Bisogna poi guadare al contesto più ampio, caratterizzato da crisi geopolitiche, conflitti internazionali e crisi energetica che ormai dal 2022 hanno portato a un significativo aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. Questo causa un cambiamento nelle abitudini alimentari delle famiglie che, sempre più spesso, sostituiscono alimenti freschi e ad alto valore nutrizionale con prodotti meno costosi, più calorici e meno salutari o , in alternativa, riducono le quantità di cibo consumate.
Alla luce di tutto questo, per Cittadinanzattiva “è forte la preoccupazione che i Comuni il prossimo anno scolastico rivedano al rialzo le tariffe a carico delle famiglie: una prospettiva che rischia di colpire soprattutto bambini/e, ragazzi/e vulnerabili, ampliando le disuguaglianze educative e alimentari. Tutto ciò va scongiurato con interventi statali che vadano verso il riconoscimento della mensa come LEP e l’ampliamento del Fondo per la povertà alimentare”.
L’associazione sottolinea infatti i benefici sanitari, educativi e sociali delle mense scolastiche. I pasti seguono precisi standard nutrizionali; i bambini mangiano meglio e questo contribuisce a prevenire l’obesità; si garantisce a tutti i bambini un pasto nutrizionalmente adeguato (e questo contrasta la povertà alimentare) e si favorisce l’inclusione fra i bambini, nonché la conciliazione fra lavoro femminile e cura dei figli.
