Autoabbronzanti sotto la lente. Pucci Romano: sono davvero indispensabili?

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In questa intervista, la dermatologa Pucci Romano ci accompagna alla scoperta degli ingredienti contenuti in creme, sieri e altri prodotti autoabbronzanti, spiegando come agiscono sulla pelle e cosa sapere prima di usarli

Autoabbronzanti per il corpo

Autoabbronzanti per il corpo

Cerimonie già in calendario e il caldo che tarda ad arrivare. Cosa fare per gambe troppe chiare per gonne e decoltè? Gli autoabbronzanti sono una soluzione? Oggi le nuove formule viso promettono un effetto naturale anche per chi non ama il trucco pesante. Il vecchio effetto aranciato dall’odor biscotto ha lasciato il passo a sieri, mousse o spray che donano un colore uniforme e luminoso.

Al di là della performance estetica, il nostro occhio consumerista ha voluto mettere solo la lente gli Inci (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients, ovvero la lista degli ingredienti) di questi prodotti per il corpo e per il viso. E lo abbiamo fatto con l’aiuto di Pucci Romano, medico specialista in Dermatologia e Venereologia, professoressa all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e presidente di Skineco (Associazione Internazionale di Ecodermatologia).

Partiamo con l’esaminare il protagonista delle formule degli autoabbronzanti: il DHA ovvero il Diidrossiacetone o il Dihydroxyacetone. Dottoressa come funziona la molecola responsabile dell’effetto “abbronzato”?

Gli autoabbronzanti contengono sostanze attive a base di acetone. In particolare, il DHA (diidrossiacetone), che reagisce con gli aminoacidi presenti nella cheratina dello strato corneo. Questa reazione di ossidazione provoca la comparsa della tipica pigmentazione giallo-brunastra della pelle, simulando l’abbronzatura. Proprio l’azione ossidativa del DHA sulla cheratina è responsabile del cambiamento di colore cutaneo.

Pucci Romano

E l’Eritrulosio?

L’Eritrulosio è uno zucchero che viene talvolta utilizzato in alternativa, o in associazione, al DHA. Il suo meccanismo d’azione è simile.

Il DHA, come anche l’Eritrulosio, è stato spesso messo sotto accusa perché instabile in quanto può rilasciare formaldeide se esposto al calore…

È vero. Questo accade, per esempio, se ci si espone al sole dopo aver applicato l’autoabbronzante oppure se lo si lascia in borsa al sole. La conservazione di questi cosmetici dovrebbe avvenire a una temperatura molto più bassa di quella a cui oramai siamo esposti duranti i periodi estivi. Per questo motivo è importante rispettare i tempi di conservazione…guai a usare i solari dell’anno precedente.

Dottoressa, quando parla di “ossidazione”, quali gli effetti sulla pelle?

Alla base del processo che porta alla colorazione cutanea vi è appunto l’ossidazione della cheratina. Bisogna ammettere che suona strano che si desideri una tale azione cosmetica visto quanto oggi le donne siano alla ricerca di prodotti che offrano azioni antiossidanti e lotta ai radicali liberi.

Suona come un controsenso…

Abbiamo appreso che uno dei fattori che contribuiscono all’invecchiamento cutaneo è lo stress ossidativo. L’uso di cosmetici che generano ulteriori reazioni ossidative può rappresentare un plus non necessario. È davvero indispensabile? Considerando che la pelle è già sottoposta quotidianamente a fonti di stress ossidativo come inquinamento e raggi UV, dovremmo chiederci se sia opportuno aggiungere ulteriori fattori potenzialmente ossidanti. In particolare, il viso meriterebbe un’attenzione maggiore, perché è sempre esposto alla luce solare.

L’effetto abbronzato donato da questi cosmetici potrebbe far ridurre la percezione della necessità della protezione solare?

Di abbronzante non c’è nulla. Il rischio di una confusione identificativa è reale. L’effetto scuro che vediamo non ha a che fare con la melanina. La melanina, infatti, viene prodotta in profondità, nella zona di passaggio tra derma ed epidermide, dai melanociti, che la trasferiscono gradualmente alle cellule superficiali della pelle. Se dopo l’applicazione dell’autoabbronzante ci si espone al sole senza adeguata protezione, non solo si rischia la scottatura, ma, come con molti cosmetici, possono comparire anche fenomeni di fotosensibilizzazione.

Abbiamo accennato al caratteristico odore che questi prodotti possono avere sebbene le nuove generazioni di autoabbronzanti risultino spesso più gradevoli rispetto al passato. Come si può intervenire in formula per ridurre o mascherare questo inconveniente?

Gli autoabbronzanti hanno un cattivo odore. Tra le soluzioni adottate vi è l’impiego di alcuni dei 28 allergeni del profumo individuati a dalla normativa europea, come il Coumarin, Geraniol, Hexyl Cinnamal, Limonene, Linalool. Le diciture “Parfum” o “Fragrance” non indicano necessariamente la presenza di allergeni; tuttavia, alcuni potrebbero essere presenti in concentrazioni inferiori alla soglia che ne rende obbligatoria la dichiarazione in etichetta. molte potenzialmente allergizzanti. Oltre tale effetto, queste sostanze aumentano il rischio di fotosensibilità quando ci si espone al sole.

A quali altre sostanze è bene prestare attenzione?

Questi prodotti devono garantire una buona stendibilità: per questo negli Inci si trovano spesso siliconi e PEG, utilizzati come emulsionanti. Possono inoltre contenere filtri UV, come il Benzophenone, oppure conservanti come il Fenossietanolo, ingredienti che pur essendo permessi dalle normative, hanno dimostrato di essere sicuramente controversi. Il punto, semmai, è che la regolamentazione spesso interviene solo dopo anni di utilizzo e studi aggiuntivi. È proprio su questo aspetto che Skineco richiama il principio di precauzione: nel dubbio, meglio limitare o evitare l’uso di ingredienti.

Non a caso, lo scorso primo maggio il Regolamento cosmetico europeo ha introdotto ulteriori restrizioni su alcune sostanze. Il settore delle formulazioni è quindi in continua evoluzione, anche se tra l’emergere dei dubbi scientifici e l’introduzione di limiti o divieti possono trascorrere tempi molto lunghi.

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