Consumo di pesce e mercurio, solo 1 europeo su 10 conosce i rischi

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Una nuova ricerca dell’Efsa analizza la frequenza con cui i cittadini consumano pesci e frutti di mare che possono contenere mercurio

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Consumo di pesce e mercurio, indagine Efsa (Foto Pixabay)

Gli europei consumano regolarmente pesce e frutti di mare, conoscono i benefici per la salute ma sono poco consapevoli dei rischi, legati soprattutto alla presenza di mercurio in alcuni pesci – tipicamente i grandi predatori come tonno, pesce spada e squalo. Più o meno solo 1 consumatore su 10 riconosce i potenziali pericoli legati al mercurio, nonostante questo sia il contaminante più noto. E nella dieta alimentare, fattori come il gusto, il costo e la percezione di una dieta sana sono quelli che più influenzano le scelte alimentari.

Pesci a rischio mercurio

Una nuova ricerca dell’Efsa, Autorità europea per la sicurezza alimentare, ha analizzato la frequenza con cui i cittadini europei mangiano pesce e frutti di mare che possano contenere mercurio e il livello di conoscenza delle raccomandazioni nazionali sulla quantità di queste specie da includere nella propria dieta settimanale. Le specie più a rischio sono i grandi predatori, come lo squalo, il pesce spada e il tonno (obeso e rosso) perché si nutrono di pesci più piccoli e quindi il mercurio si accumula in essi nel corso dell’esistenza.

Nei nuovi sondaggi svolto, l’Autorità ha incluso fra gli intervistati una quota maggiore di donne in gravidanza (e in allattamento) perché il feto è la fascia più a rischio rispetto al mercurio, sebbene assorba anche importanti nutrienti dal pesce e dai frutti di mare presenti nella dieta della madre.

Spiega Sofia Ioannidou, esperta Efsa di consumi alimentari e coordinatrice della ricerca: “Il 60% degli intervistati nei 29 Paesi ha dichiarato di consumare pesce e frutti di mare. Circa un terzo di quei consumatori (il 34% degli adolescenti e degli adulti, e il 33% delle donne in gravidanza) ha dichiarato di consumare le specie ittiche con i maggiori livelli di contaminazione da mercurio tre o più volte a settimana. Sebbene queste risultanze siano importanti, nel rapporto spieghiamo che dovrebbero essere trattate con cautela a causa delle incertezze sulla rappresentatività dei sondaggi”.

Le linee guida nazionali sul consumo di pesce vogliono garantire che i consumatori, specialmente le donne in gravidanza (e il feto) possano trarre beneficio dal consumo di pesce e frutti di mare mantenendo l’esposizione al mercurio il più bassa possibile. I benefici per la salute, ricorda l’Efsa, comprendono lo sviluppo delle funzioni cognitive e immunitarie nell’infanzia e la riduzione del rischio di malattie cardiovascolari nell’età adulta; invece l’esposizione al metilmercurio, la forma più pericolosa di mercurio, è legata a un ridotto sviluppo cerebrale e neurale nel feto e nei bambini piccoli.

Quanto pesce mangiare?

Quanto pesce si dovrebbe dunque mangiare? La maggior parte delle autorità nazionali dell’Ue raccomanda di consumare non oltre 1-2 porzioni a settimana dei pesci e frutti di mare contenenti i limiti di mercurio più elevati (1,0 mg/kg di peso umido del pesce) oppure 3-4 porzioni di specie con limiti di mercurio inferiori (0,5 mg/kg o 0,3 mg/kg di pesce). Alle donne in gravidanza viene spesso raccomandato di sostituire l’assunzione di pesci di grossa taglia con pesci più piccoli che contengono meno mercurio.

Il sondaggio evidenzia che sono uno su dieci i consumatori che in effetti conoscono i rischi legati soprattutto alla presenza di mercurio nel pesce.

Spiega infatti Angela Bearth, membro del comitato scientifico dell’Efsa: “Nel complesso sono più i consumatori (circa 5 su 10) che conoscono i benefici per la salute di questi alimenti di quelli (circa 1 su 10) che ne conoscano i rischi, sebbene il mercurio risulti il contaminante più noto in essi. Le risultanze sono coerenti con gli studi precedenti che hanno indagato il tema nei Paesi europei”.

Allo stesso tempo, più delle raccomandazioni sulle scelte alimentari pesano altri fattori.

“Sebbene molti consumatori – spiega Bearth – abbiano affermato nel sondaggio di aver sentito parlare delle raccomandazioni del proprio Paese e di tenerne conto nelle scelte alimentari, altri fattori come il gusto, il costo e il desiderio di una dieta sana risultano predominanti nei cambiamenti delle abitudini alimentari. Si tratta di un fenomeno comune per cui gli intervistati dicono una cosa ma il loro comportamento indica che occorre prendere in considerazione altri fattori”.

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