Dal 19 luglio stop alla distruzione dei prodotti tessili invenduti
Dal 19 luglio scatta il divieto per le grandi imprese di distruggere abbigliamento, calzature e prodotti tessili invenduti. Non è l’unica novità dell’estate. Dal 31 luglio gli Stati dovranno tradurre nel diritto nazionale la direttiva sul diritto alla riparazione. E a settembre tocca al greenwashing. Le novità ricordate dal CEC Italia
19 luglio, il 31 luglio e il 27 settembre 2026: un'estate di nuove regole (Foto Ron Lach per Pexels)
Divieto di distruzione dei prodotti tessili, abbigliamento e calzature invendute. Applicazione del diritto alla riparazione. Giro di vite sul greenwashing, con la possibilità di sanzionare le pratiche scorrette. Sono le tre tappe estive, con altrettante date, che segnano nuove regole per chi acquista. Fra il 19 luglio e il 27 settembre l’Unione europea rende infatti operative una serie di misure che ampliano le tutele di chi fa acquisti e promuovono nuove logiche per ridurre gli sprechi e puntare alla riparabilità dei prodotti e alla corretta informazione.
A ricordarlo è il Centro Europeo Consumatori (CEC) Italia, che fa il punto delle nuove regole ambientali approvate dall’Ue e prossime all’avvio.
“Il 19 luglio, il 31 luglio e il 27 settembre 2026 – spiega il CEC Italia – chiudono un percorso legislativo avviato con il Green Deal, e i suoi effetti arrivano direttamente nelle scelte quotidiane: dall’acquisto di un capo di abbigliamento alla riparazione di un dispositivo, fino alla lettura di un’etichetta. Il risultato, per chi acquista, è più trasparenza, maggiori garanzie e meno margini per le comunicazioni ingannevoli”.
19 luglio: stop alla distruzione dei prodotti tessili invenduti
A partire da questa data cade una pratica finora legale: le grandi aziende non potranno più mandare al macero capi di abbigliamento, accessori e calzature rimasti invenduti ma ancora in perfette condizioni. La logica è quella di salvare da distruzione i prodotti che possono essere rivenduti, riciclati, regalati.
La misura nasce per rendere i prodotti più durevoli, riciclabili e riparabili, contrastando una delle pratiche più controverse del fast fashion e del lusso, ovvero l’eliminazione dei prodotti rimasti nei magazzini. Sotto la spinta del Regolamento Ecodesign per i prodotti sostenibili, l’Ue punta a contrastare gli sprechi nella moda e a imporre un obbligo di trasparenza, per cui le aziende dovranno rendere pubbliche quantità, destinazione e modalità di gestione degli invenduti. L’applicazione del divieto di distruzione per abbigliamento, tessili e calzature avverrà in modo graduale. Per le imprese di medie dimensioni l’obbligo scatterà nel 2030, mentre le realtà micro e piccole restano fuori dal perimetro. Dal 2030 il divieto si estenderà alle medie imprese.
Cosa cambia per chi acquista? La rendicontazione pubblica, spiega CEC Italia, obbliga i marchi a uscire allo scoperto sugli sprechi, e i beni sottratti alla distruzione rientrano nei canali della rigenerazione, delle donazioni e del mercato dell’usato.
31 luglio: il diritto alla riparazione
Entro la fine di luglio i Paesi membri sono chiamati a tradurre nel diritto nazionale la cosiddetta direttiva “Right to Repair” che disciplina il diritto alla riparazione. Da quel momento chi produce un bene tecnicamente riparabile dovrà, su richiesta, provvedere alla riparazione e comunicare in modo trasparente tempi e costi del servizio.
Per la prima volta la riparazione si trasforma in un diritto che si può pretendere, spiega CEC Italia. “Al fine di ridurre lo smaltimento prematuro di beni funzionali acquistati dai consumatori e incoraggiare questi ultimi a usare i beni più a lungo, è necessario – si legge nella direttiva – rafforzare le disposizioni connesse alla riparazione dei beni, consentendo ai consumatori di chiedere una riparazione a prezzi accessibili da parte del prestatore di servizi di riparazione di loro scelta. La riparazione dovrebbe tradursi in consumo sostenibile, in quanto è probabile che comporterà una riduzione dei rifiuti provenienti dai beni scartati, una minore domanda di risorse, compresa l’energia, per la fabbricazione e la vendita di nuovi beni che sostituiscono quelli difettosi, e una riduzione delle emissioni di gas a effetto serra”.
Cadono dunque gli ostacoli che impedivano ai riparatori indipendenti di ricorrere a ricambi originali, equivalenti o realizzati con la stampa 3D. Scegliere di riparare anziché sostituire farà maturare un anno aggiuntivo di garanzia, e dal 2027 sarà attiva una piattaforma europea per individuare riparatori, mettere a confronto i prezzi e consultare le recensioni.
27 settembre 2026: è la volta del greenwashing
A settembre scatta un giro di vite sul greenwashing. “I consumatori non dovrebbero essere ingannati sulle caratteristiche ambientali o sociali di un prodotto o sugli aspetti relativi alla circolarità, quali la durabilità, la riparabilità o la riciclabilità, mediante la presentazione generale di un prodotto”, spiega la direttiva (UE) 2024/825.
Le formule ambientali generiche e non documentabili, quali “eco-friendly”, “green”, “impatto zero” o “climaticamente neutro”, passano tra le pratiche commerciali scorrette e possono essere sanzionate.
Cosa cambia per chi fa acquisti? Il CEC Italia spiega che “definizioni come “sostenibile” o “amico dell’ambiente” non potranno più comparire se l’azienda non è in grado di dimostrarne il fondamento con dati alla mano. Non sarà sufficiente compensare le emissioni per fregiarsi dell’etichetta di “neutralità climatica”, né spacciare per sostenibile un intero prodotto puntando su un dettaglio secondario. Via libera soltanto ai marchi che poggiano su certificazioni riconosciute. La direttiva mette inoltre nel mirino l’obsolescenza programmata e prevede un’etichetta europea sulla durabilità, così da confrontare i prodotti in base a quanto durano davvero”.
