Facebook, Instagram e TikTok: social a processo, al via class action (Foto Pixabay)
Facebook, Instagram e TikTok: social a processo
Il 14 maggio il Tribunale delle Imprese di Milano aprirà la prima udienza della prima class action inibitoria europea contro Facebook, Instagram e TikTok. Le richieste: verifica dell’età e divieto di accesso ai minori di 14 anni, eliminazione dei meccanismi che creano dipendenza, informazione sui rischi
Like, notifiche e messaggi dei social sono come le slot machine di Las Vegas: attivano meccanismi di “ricompensa” e piacere, creano un comportamento compulsivo di controllo, tengono incollati bambini e adolescenti a Facebook, Instagram e TikTok. È un meccanismo creato deliberatamente per avere engagement e per catturare continuamente l’attenzione dei minori, facendoli rimanere all’interno delle piattaforme social e creando dipendenza.
“Gli algoritmi di raccomandazione personalizzati di TikTok, Instagram Reels e YouTube Shorts sono progettati con precisione: più l’utente resta connesso, più il sistema impara e diventa efficace nel trattenerlo. Il problema non è solo il tempo trascorso davanti allo schermo. È la natura stessa del meccanismo”.
È quanto si legge nel parere scientifico che accompagna la documentazione della prima class action inibitoria in Europa contro Facebook, Instagram e TikTok, illustrata in una conferenza stampa nei giorni scorsi. Il 14 maggio il Tribunale delle Imprese di Milano aprirà dunque la prima udienza della prima class action inibitoria europea contro Meta (Facebook, Instagram) e TikTok. A promuoverla è il MOIGE – Movimento Italiano Genitori con lo studio legale Ambrosio & Commodo di Torino e un gruppo di famiglie, con l’obiettivo dichiarato di una concreta tutela dei minori nel digitale.
Tre milioni e mezzo di bambini attivi su Meta e TikTok
I social hanno un impatto forte sulla vita di minori e adolescenti. Creano una forma di dipendenza, la paura di essere tagliati fuori (Fomo, Fear of missing out) da contenuti importanti, una necessità percepita di rimanere sempre collegati che può influire sulla salute e sulla salute mentale e portare a disturbi alimentari, perdita del sonno, calo del rendimento scolastico e dell’attenzione e depressione, solo per elencare alcuni dei problemi messi nero su bianco da promotori dell’azione legale ed esperti.
La legge italiana ed europea vieta l’iscrizione ai social ai minori di 14 anni, ma le piattaforme – denunciano i promotori – ignorano abitualmente questo obbligo. E si stima che 3,5 milioni di bambini tra i 7 e i 14 anni siano attivi su Meta e TikTok con dati non verificati o falsi.
Le richieste dell’iniziativa legale
L’iniziativa legale chiede dunque:
- il rispetto dell’obbligo di verifica dell’età e del divieto di accesso ai social per minori di 14 anni;
- l’eliminazione dei sistemi che creano dipendenza dalle piattaforme, come la manipolazione algoritmica e lo scroll infinito dei contenuti;
- la corretta informazione dei pericoli da abuso dei social.
Secondo un parere scientifico allegato all’azione, “il cervello dei ragazzi che usano abitualmente i social media si riconfigura, diventando sempre più sensibile alle ricompense digitali e sempre meno capace di esercitare autocontrollo”.
Si attiva una forma di dipendenza, cui manca un nome preciso perché non è riconosciuta dai manuali diagnostici ufficiali. Non significa però che i danni non esistano. “E il danno, in questo caso, è documentato da una revisione sistematica del 2025 su 20 studi condotti su 17.336 soggetti: TikTok – si legge nel parere – è associato a minore soddisfazione di vita, aumento del rischio di sviluppare sintomi psichiatrici e pattern di uso problematico negli adolescenti. Analogamente, le piattaforme Meta producono comportamenti compulsivi con caratteristiche clinicamente comparabili alle dipendenze da sostanze”.
Genitori disarmati
I genitori sono sostanzialmente disarmati davanti all’algoritmo. La loro azione può incidere sui contenuti vietati e fermare l’esposizione a quei contenuti, certamente. Ma il controllo dei genitori “è impotente di fronte ai meccanismi di rinforzo intermittente — quelli che creano la dipendenza — e di fronte ai contenuti implicitamente dannosi: i messaggi che normalizzano l’anoressia attraverso corpi “ispiratori”, gli stereotipi di genere confezionati come intrattenimento, i contenuti che alimentano ideologie estreme proposti gradualmente come normale visione del mondo”.
Verifica dell’età e divieto per under 14
L’inibitoria di classe si articola su tre pilastri. Il primo è la verifica reale dell’età e il rispetto del divieto per i minori di 14 anni. Secondo i promotori dell’azione, “Meta e TikTok non solo non impediscono l’accesso ai minori, ma non adottano alcun sistema efficace di verifica dell’età, consentendo iscrizioni con dati falsi o non verificati”.
L’azione legale chiede al Tribunale di Milano di ordinare alle piattaforme l’adozione di sistemi reali e certificati di controllo dell’età, a tutela di una norma che non è arbitraria, ma posta a presidio della salute fisica e mentale dei più piccoli.
Stop ai meccanismi che creano dipendenza
L’altro punto, il più innovativo ma anche complesso, è la richiesta di eliminare i meccanismi che creano dipendenza, gli algoritmi e lo scroll infinito. Di agire dunque sulla struttura e sulla costruzione delle piattaforme.
“Le piattaforme social di Meta e TikTok fondano il loro funzionamento su algoritmi di profilazione che costruiscono una vera e propria “identità algoritmica” di ciascun utente: tracciano non solo la navigazione, ma la durata precisa della fruizione di ogni singolo contenuto, al fine di proporre in modo continuo materiali sempre più personalizzati e coinvolgenti, rendendo progressivamente più difficile disconnettersi. Il meccanismo centrale di questa dipendenza è la dopamina, il neurotrasmettitore noto come “ormone del piacere”: ogni like, notifica e contenuto gratificante stimola il suo rilascio, legando l’utente alla piattaforma in modo simile a quanto avviene con le sostanze che creano dipendenza”.
Il cervello degli adolescenti è in pieno sviluppo e questo meccanismo può provocare danni neurologici, alterare i processi di attenzione, motivazione, controllo degli impulsi e regolazione emotiva. I sistemi informatici sono insomma in grado di alterare comportamenti e atteggiamenti degli utenti senza apparente coercizione ma sfruttando l’intelligenza artificiale e i big data.
L’azione chiede al Tribunale di ordinare la cessazione di questi meccanismi nei confronti dei minori, a partire dallo scroll infinito, dal sistema dei like compulsivi e dalla profilazione comportamentale occulta.
Informazione chiara sui rischi
La terza richiesta è quella di avere un’informazione chiare e trasparente sui rischi dei social, come si ha con i bugiardini dei farmaci.
“Così come i produttori di farmaci, tabacco e alcol sono tenuti per legge a informare i consumatori degli effetti avversi dei loro prodotti, anche le piattaforme social devono fornire un’informazione chiara, visibile e diffusa sui rischi derivanti dal loro utilizzo, in particolare per i minori – scrivono i promotori dell’azione – Oggi Meta e TikTok nascondono scientemente questi rischi agli utenti e alle loro famiglie, privandoli della possibilità di effettuare scelte consapevoli”.
L’esposizione prolungata ai social, spiegano i promotori dell’azione, è correlata a una serie di disturbi, da quelli alimentari ai disturbi del sonno, dai comportamenti impulsivi al coinvolgimento in sfide pericolose (le cosiddette challenge), fino ad atti autolesivi e ideazioni suicidarie. L’azione legale chiede che questa informazione venga resa obbligatoria e accessibile così da restituire alle famiglie strumenti concreti di consapevolezza e protezione.
Meta naturalmente si difende. Queste le parole di un portavoce di Meta, riportate dall’Ansa: “Sappiamo che i genitori sono preoccupati per la sicurezza dei propri figli adolescenti online, ed è proprio per questo che introduciamo costantemente misure per aiutarli a proteggerli. Gli account per teenager offrono protezioni predefinite che limitano chi può contattare gli adolescenti, i contenuti a cui possono accedere e il tempo che trascorrono su Facebook e Instagram. Difendiamo il nostro operato e continueremo a impegnarci per garantire la sicurezza dei ragazzi“.

