Pratiche sleali nell'industria europea dell'abbigliamento, il rapporto del Fair Trade Advocacy Office

Pratiche sleali nell'industria europea dell'abbigliamento, il rapporto del Fair Trade Advocacy Office (Foto di Pexels da Pixabay)

Dal Fair Trade Advocacy Office (FTAO) arriva un nuovo rapporto, che evidenzia l’esistenza di pratiche commerciali sleali nell‘industria europea dell’abbigliamento. L’analisi parte da una ricerca sul campo condotta da Clean Clothes Campaign (CCC), basata su interviste a fornitori, esperti e rappresentanti sindacali in sei Stati membri dell’UE – Bulgaria, Romania, Croazia, Repubblica Ceca, Italia e Germania. Il rapporto “Fast Fashion Purchasing Practices in the EU. Business relations between fashion brands and suppliers” restituisce, quindi, “una panoramica delle relazioni commerciali volatili, rischiose e squilibrate tra marchi e produttori”.

Il rapporto si concentra, in particolare, su due grandi cluster di produzione di abbigliamento in Europa: il sistema moda italiano e la produzione dell’Europa centro-orientale e sud-orientale. I marchi che si riforniscono dai produttori intervistati includono ASOS, Metro, MS Mode, Moncler e Otto Group. Presenti anche alcuni marchi di lusso, non citati esplicitamente su richiesta dei partecipanti alla ricerca.

Le criticità dell’Industria europea dell’abbigliamento

La ricerca – si legge in una nota FTAO – ha evidenziato una tendenza generale alla riduzione dei prezzi, all’accorciamento dei tempi di consegna, all’aumento dei cambi d’ordine, all’allungamento dei termini di pagamento e all’aumento dei costi “nascosti”, come la produzione dei campioni iniziali, che vengono trasferiti ai produttori.

“Tutto ciò – osserva il rapporto – mette in difficoltà i fornitori, che non sono in grado di effettuare investimenti e pagare gli stipendi”.

Secondo quanto emerso, inoltre, “i contratti scritti tra acquirenti e fornitori sono rari e, quando esistono, le loro condizioni sono fortemente sbilanciate a favore di marchi e distributori. “Il contratto con Moncler era come un libro, cioè proteggevano così tanto il loro marchio che se pensavano di aver perso un pezzo, potevi trovarti a offrire risarcimenti tali da andare in bancarotta“, ha detto un intervistato. Un altro fornitore ha aggiunto: “Abbiamo voce in capitolo nelle trattative, ma spesso ci fanno pressione. Cerchiamo di resistere. Il processo di negoziazione è lungo e difficile“.

 

industria europea dell'abbigliamento
(Foto Pixabay)

 

“La determinazione dei prezzi è fondamentale, ma di solito inizia con la stima del prezzo al dettaglio desiderato da parte del marchio o del distributore; i materiali, la manodopera e gli altri costi di produzione vengono presi in considerazione solo successivamente”.

“Di conseguenza – si legge nella nota – la ricerca ha rilevato un divario tra quanto viene pagato ai fornitori per la manodopera e quanto sarebbe necessario per coprire i costi dei datori di lavoro, compresi i contributi previdenziali obbligatori e le tasse. In Italia, ad esempio, ciò significa 18 euro all’ora pagati ai fornitori, contro i 24 euro all’ora del costo lordo per i datori di lavoro”.

Ancora, “in alcuni casi i fornitori accettano prezzi bassi solo per mantenere la relazione o per sopravvivere, a volte senza realizzare alcun profitto. Inoltre, quando i fornitori dipendono fortemente da un solo acquirente, il rischio di fallimento è molto alto. Un esempio è la fabbrica di Orljava in Croazia, costretta a chiudere quando il marchio tedesco Olymp ha ritirato gli ordini nel 2020″.

A ciò si aggiunge la crisi dovuta al Covid-19, che – secondo l’analisi – “ha ulteriormente esacerbato gli impatti negativi degli squilibri di potere tra acquirenti e fornitori. Molti marchi hanno annullato o sospeso gli ordini lasciando lavoratori e lavoratrici senza reddito, soprattutto nei Paesi con reti di sicurezza sociale estremamente deboli”.

Le richieste delle Organizzazioni

Il Fair Trade Advocacy Office sottolinea, quindi, la necessità di trovare “soluzioni urgenti per eliminare le pratiche commerciali sleali dalle catene di fornitura tessili”.

In particolare le organizzazioni, nella parte finale del rapporto “Fast Fashion Purchasing Practices in the EU“, chiedono: “il pagamento degli ordini entro 60 giorni; prezzi che coprano i costi di produzione e garantiscano salari dignitosi per i lavoratori; un indennizzo per i cambiamenti degli ordini; una chiara definizione dei termini di rischio e della proprietà dei beni”.

Le raccomandazioni includono anche “un appello all’Unione Europea, affinché adotti una direttiva che vieti le pratiche commerciali sleali nel settore dell’abbigliamento, come i ritardi nei pagamenti e i prezzi inferiori ai costi di produzione, garantisca un’applicazione efficace della normativa e fornisca indicazioni dettagliate su come i marchi e i distributori possano garantire e sostenere la libertà di associazione, la contrattazione collettiva e i salari dignitosi lungo le loro catene di fornitura”.

Parliamone ;-)