Disturbi alimentari, iniziano già dall’infanzia
I disturbi alimentari iniziano sempre prima. Pediatri e neuropsichiatri: attenzione ai campanelli d’allarme e ai cambiamenti nel rapporto col cibo già nei bambini di 8-9 anni
Disturbi alimentari, sempre più diffusi anche a 8-9 anni (Foto Andres Ayrton per Pexels)
I disturbi alimentari sono sempre più precoci. Attenzione dunque ai campanelli di allarme che arrivano già nei bambini e nelle bambine di 8 o 9 anni. Investono il comportamento e la relazione col cibo e possono essere diversi. Cambiamenti improvvisi nelle abitudini alimentari, perdita o aumento significativo di peso non coerenti con la crescita, isolamento sociale o durante i pasti, eccessivo aumento dell’attività sportiva, forte preoccupazione per il proprio corpo: sono tutti segnali che qualcosa non va, e possono essere campanelli di allarme e indicare l’insorgenza di un disturbo alimentare anche nei più piccoli. Anche a un’età di 8 o 9 anni.
È l’infanzia la fascia d’età cui guardano gli esperti, preoccupati dell’insorgenza dei disturbi alimentari in età sempre più precoce. L’allarme arriva sia dai pediatri della Federazione italiana medici pediatri (FIMP) sia dalla Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA) in occasione della Giornata nazionale del fiocchetto lilla che si celebra il 15 marzo.
Cibo, quando qualcosa non va
Così i pediatri di FIMP invitano le famiglie e i genitori a prestare la massima attenzione a questi campanelli d’allarme. Secondo stime recenti, in Italia oltre 3 milioni di persone soffrono di disturbi dell’alimentazione, tra cui anoressia nervosa, bulimia e disturbo da alimentazione incontrollata. Di questi il 30% riguarda minori di 14 anni, con un progressivo abbassamento dell’età di esordio fino agli 8-9 anni.
«I disturbi alimentari rappresentano oggi una delle sfide più importanti per la salute di bambini e adolescenti – dichiara Antonio D’Avino, Presidente nazionale FIMP – Negli ultimi anni abbiamo assistito a un abbassamento dell’età di esordio e a un aumento dei casi soprattutto dopo la pandemia. Per questo è fondamentale rafforzare il ruolo del Pediatra di Famiglia, che rappresenta il primo punto di riferimento per le famiglie nel riconoscere precocemente i segnali di disagio e orientare verso percorsi di cura appropriati».
Vanno tenuti sotto osservazione anche cambiamenti come il rifiuto improvviso di alcuni cibi, una selezione alimentare più rigida, eventuali cambiamenti d’umore.
Spiega Raffaella De Franchis, Referente Area Alimentazione e Nutrizione FIMP: «Non si tratta solo di osservare il peso, ma di monitorare l’andamento della crescita, il comportamento alimentare e il benessere emotivo del bambino. Il rapporto con il cibo si costruisce già nei primi anni di vita: per questo è importante che il cibo non diventi uno strumento di premio o di consolazione».
I pediatri suggeriscono alle famiglie di adottare comportamenti quali favorire momenti di convivialità durante i pasti, evitare commenti sul peso o sull’aspetto fisico, ascoltare eventuali difficoltà o cambiamenti emotivi dei figli, non utilizzare il cibo come premio o come strumento di consolazione, perché può favorire nel tempo un rapporto disfunzionale con l’alimentazione.
La Società di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (SINPIA) sottolinea poi la tendenza alla crescita dei disturbi alimentari. Negli ultimi anni c’è stato un aumento fino al 35% di questi disturbi tra bambini e adolescenti, con un abbassamento progressivo dell’età di esordio. Anoressia e bulimia colpiscono l’8–10% delle ragazze e lo 0,5–1% dei ragazzi, con casi segnalati sempre più frequentemente tra gli 11-12 e i 15 anni e, a volte, anche prima, intorno agli 8-9 anni.
Disturbi alimentari diversi
I disturbi del comportamento alimentare comprendono non solo l’anoressia ma anche altri disturbi come la bulimia nervosa, il disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder). E c’è una crescente attenzione nei confronti di disturbi meno conosciuti.
Gli esperti segnalano ad esempio il “disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo” (ARFID – Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder): riguarda una percentuale compresa fra il 5 e il 14% dei bambini, con più frequenza i maschi, e si manifesta soprattutto in età scolare, fra i 6 e i 10 anni, anche se i primi segnali possono comparire prima.
Non è un disturbo legato all’immagine di sé, spiegano i neuropsichiatri, ma è legato all’evitare specifici alimenti per caratteristiche sensoriali ( aspetto, odore, consistenza o temperatura) e per la paura di soffocare o vomitare oppure per una forte riduzione dell’interesse per il cibo. Non è alimentazione selettiva, quella per cui il bambino sembra disinteressato al cibo e si nutre solo di 5 o 6 alimenti. E può determinare deficit nutrizionali, difficoltà di crescita e impatto sulla vita scolastica e sociale.
«I disturbi del comportamento alimentare sono condizioni psichiatriche – afferma Maria Pia Riccio, Neuropsichiatra Infantile presso l’AOU Federico II di Napoli – L’ambiente, inteso in senso ampio del termine (famiglia, società, media) rientra tra i fattori che possono concorrere al loro verificarsi ma non ne rappresentano “la” causa. Questo è un punto cruciale soprattutto in età evolutiva, età in cui la famiglia va, invece, messa al centro del percorso di presa in carico, per il ruolo fondamentale sia in termini di cura e trattamento che per quanto concerne gli aspetti preventivi».
Una cultura che recuperi il benessere
I disturbi alimentari si legano poi a un’idea del corpo come oggetto da perfezionare.
Spiega Martina Mensi, Ricercatrice Università di Pavia e Responsabile Servizio clinico e di ricerca di Psicopatologia dello sviluppo, IRCCS F. Mondino: «Non si tratta più solo di inseguire la magrezza, ma di aderire a standard estetici e performativi sempre più rigidi, alimentati anche dalla pressione sociale e dai modelli dei social media. Il rischio è che bambini e adolescenti sentano di dover essere sempre forti, perfetti e vincenti, negando fragilità e bisogni importanti: proprio per questo è fondamentale intercettare precocemente i segnali di disagio e promuovere una cultura che rimetta al centro il benessere della persona riducendo la pressione a dover essere ad ogni costo la versione migliore di sé».
