Giornata mondiale degli oceani, per l’umanità una risorsa ancora poco conosciuta

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Ricorre oggi la Giornata mondiale degli oceani. Sono messi in pericolo da crisi climatica, pesca eccessiva e inquinamento. Rifiuti umani sono stati trovati anche negli ecosistemi marini più profondi. Oceani fondamentali ma anche sconosciuti. Cosa non sappiamo?

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Oggi la Giornata mondiale degli oceani (Foto Pixabay)

Crisi climatica, inquinamento e pesca eccessiva rappresentano una minaccia per gli oceani. Oggi è la Giornata mondiale degli oceani, occasione per riflettere sul ruolo che l’oceano ha per la salute del pianeta e sui rischi che sugli oceani si abbattono, legati al cambiamento climatico, all’inquinamento – ci sono rifiuti umani anche negli abissi oceanici – e al sovrasfruttamento delle risorse naturali.

“Con il 90% delle popolazioni di grandi pesci decimate e il 50% delle barriere coralline distrutte, stiamo prelevando dall’oceano più di quanto possa essere reintegrato – denunciano le Nazioni Unite – Dobbiamo collaborare per creare un nuovo equilibrio con l’oceano che non ne depauperi più le risorse, ma che ne ripristini la vitalità e gli doni nuova linfa vitale”.

Oltre il mondo che conosciamo

L’oceano produce almeno il 50% dell’ossigeno del pianeta, ospita la maggior parte della biodiversità terrestre ed è la principale fonte di proteine ​​per oltre un miliardo di persone in tutto il mondo. È anche risorsa economica, con una stima di 40 milioni di persone impiegate nelle industrie legate all’ambiente marino entro il 2030. Gli oceani assorbono circa il 30% dell’anidride carbonica prodotta dall’uomo, attenuando gli impatti del riscaldamento globale. Ma hanno bisogno di sostegno. E il tema della Giornata mondiale degli oceani 2026, Reimagine (Reimmaginare), invita a cambiare il modo in cui vediamo e ci prendiamo cura dell’oceano.

“Per troppo tempo – spiega la pagina dedicata dell’Onu – lo abbiamo considerato qualcosa di distante, quando in realtà fa parte della nostra vita quotidiana: l’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo e l’equilibrio climatico che rende possibile la nostra esistenza. Smettiamo di essere semplici beneficiari delle sue risorse e diventiamo veri custodi del suo futuro”.

Un nuovo impegno per la biodiversità marina deriva da un accordo entrato in vigore nel gennaio 2026 dopo due decenni di negoziato. Circa due terzi dell’oceano si trovano al di là dei confini nazionali, con aree ricche di vita ma sulle quali l’attenzione è stata scarsa. Quest’anno è entrato in vigore il cosiddetto Accordo BBNJ, che rappresenta un passo importante verso la conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità marina dell’alto mare e dell’area internazionale dei fondali marini (che insieme costituiscono le “aree al di là della giurisdizione nazionale”).

 

Credit Marine Stewardship Council

 

Oceani, questi sconosciuti

La vita sul pianeta dipende dunque in larga parte dagli oceani che però, per molti aspetti, sono ancora poco conosciuti. I dati della ricerca della non profit Marine Stewardship Council rivelano alcune lacune diffuse nella conoscenza degli oceani da parte degli italiani. Ad esempio, quasi un quinto degli intervistati (22%) non sa che la superficie oceanica che ricopre la Terra è maggiore di quella emersa, mentre il 42% ignora che in alcuni punti l’oceano è più profondo dell’altezza del Monte Everest.

È quanto emerge da un sondaggio commissionato da Marine Stewardship Council (MSC), organizzazione internazionale non profit responsabile di un programma di certificazione per la sostenibilità ambientale della pesca. La ricerca è stata fatta su 800 persone in Italia e ha analizzato la conoscenza del pubblico sugli oceani e sulle principali sfide che li riguardano. E anche se il 75% degli intervistati è cosciente del fatto che la pesca eccessiva sia oggi più diffusa rispetto a 50 anni fa, il 39% ritiene erroneamente che le popolazioni ittiche non possano mai riprendersi dagli effetti della pesca eccessiva e un ulteriore 31% si dichiara incerto.

Il 91% degli intervistati afferma di essere preoccupato per lo stato del mare. È dunque forte la preoccupazione per la salute degli oceani, e fra i tempi riconosciuti come più critici ci sono il cambiamento climatico, l’inquinamento e il declino delle popolazioni ittiche. Ma ci sono anche molte cose che sugli oceani non sappiamo.

Cosa non sappiamo sugli oceani?

Il 22% degli intervistati non sa che gli oceani ricoprono una superficie maggiore della Terra emersa: l’acqua copre circa il 71% della superficie terrestre e gli oceani contengono circa il 96,5% di tutta l’acqua presente sulla Terra.

Il 25% degli intervistati non sa che la pesca eccessiva è aumentata rispetto a 50 anni fa. Secondo i dati della FAO, riportati nell’ultima edizione disponibile del rapporto State of World Fisheries and Aquaculture (SOFIA 2024), negli anni Settanta circa il 10% delle popolazioni ittiche mondiali monitorate era classificato come sovrasfruttato, mentre oggi la quota è salita al 37% delle popolazioni ittiche per cui sono disponibili dati.

Allo stesso tempo, il 70% degli intervistati non sa che una popolazione ittica sovrasfruttata può recuperare e tornare a livelli sani di abbondanza. Con adeguati sistemi di gestione della pesca, le popolazioni ittiche si possono riprendere. Nel 2020 un gruppo di scienziati ha concluso che popolazioni marine, habitat ed ecosistemi possono recuperare significativamente entro pochi decenni, a condizione che vengano adottate misure efficaci contro cambiamento climatico, pesca eccessiva e inquinamento.

Profondità e inquinamento umano

Ci sono anche altri aspetti che non si conoscono degli oceani. Ad esempio, il 42% degli intervistati non sa che il punto più profondo dell’oceano supera l’altezza dell’Everest. Il Challenger Deep si trova all’estremo sud della Fossa delle Marianne, nell’Oceano Pacifico occidentale, e raggiunge una profondità di circa 10.935 metri – contro gli 8.848,86 metri ufficialmente confermati del Monte Everest. La profondità media degli oceani è invece di circa 3.682 metri.

Il 27% degli intervistati non sa che l’inquinamento può raggiungere anche le parti più profonde dell’oceano. I rifiuti prodotti dagli esseri umani arrivano anche negli ecosistemi marini più profondi. Una ricerca del 2018 ha analizzato oltre 5.000 immagini e video raccolti tra il 1983 e il 2018 da sommergibili e veicoli operati da remoto e ha documentato la presenza di rifiuti antropici anche negli abissi; fra quelli osservati, oltre un terzo era costituito da macroplastiche, prevalentemente prodotti monouso.

Il ritrovamento più profondo registrato è stato una busta di plastica individuata a 10.898 metri nella Fossa delle Marianne. Un ulteriore studio scientifico sul Calypso Deep, il punto più profondo del Mar Mediterraneo (5.122 metri), ha rilevato elevate concentrazioni di rifiuti antropici sul fondale, composti per l’88% da plastica.

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