Pasta italiana, la vera sfida è sapere da dove viene il grano
Il nuovo spot del Ministero dell’Agricoltura rilancia la pasta prodotta con grano 100% italiano e riapre una questione che riguarda consumatori, agricoltori e industria: “Made in Italy” non significa necessariamente grano coltivato in Italia. La trasparenza sull’origine della materia prima diventa così una partita economica e culturale.
Pasta secca, Altroconsumo: prezzo scende, ma di pochi centesimi al chilo (Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/ulleo-1834854/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=2733636">Leopictures</a> da <a href="https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=2733636">Pixabay</a>)
Il nuovo spot istituzionale dedicato alla pasta 100% italiana, promosso dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, punta a valorizzare il grano nazionale e a invitare i consumatori a leggere con maggiore attenzione le informazioni riportate sulle confezioni. La campagna, diffusa nei giorni scorsi e sostenuta anche da organizzazioni agricole come Cia, arriva in un momento delicato per il comparto cerealicolo, alle prese con prezzi del grano considerati troppo bassi rispetto ai costi di produzione.
L’obiettivo dichiarato è duplice: sostenere la filiera italiana e rendere più consapevole la scelta di chi acquista. Una questione tutt’altro che marginale, perché la pasta è uno dei simboli più potenti del Made in Italy, ma il grano utilizzato per produrla non è necessariamente italiano.
Made in Italy non vuol dire grano italiano
Qui sta il nodo della comunicazione. Una pasta prodotta in Italia può essere legittimamente venduta come prodotto italiano anche quando utilizza grano coltivato all’estero. Proprio per evitare equivoci, dal 2018 le confezioni di pasta secca prodotte in Italia devono indicare il Paese di coltivazione del grano e quello di molitura. Quando sono coinvolti più Paesi, sono ammesse diciture come “UE”, “non UE” o “UE e non UE”; inoltre, in determinate condizioni, può comparire la formula “Italia e altri Paesi”.
Non è dunque corretto parlare semplicemente di un “inganno” ogni volta che una confezione italiana contiene grano straniero: si tratta di una pratica perfettamente possibile e, se correttamente indicata, trasparente dal punto di vista normativo. Il problema è piuttosto la distanza che può esistere tra l’immagine evocata dal marchio italiano e l’origine effettiva della materia prima.
Un’industria diventata un gigante mondiale
La questione assume un peso particolare se si guardano i numeri. L’Italia è il primo produttore mondiale di pasta e nel 2024 ha esportato oltre 2,4 milioni di tonnellate, per un valore superiore ai 4 miliardi di euro. Quasi il 60% della produzione nazionale è destinato ai mercati esteri, con la pasta italiana presente in quasi 200 Paesi.
Il comparto vale oggi diversi miliardi di euro e rappresenta uno dei grandi ambasciatori dell’agroalimentare italiano. Proprio per questo l’origine del grano non è soltanto una questione agricola: riguarda la reputazione internazionale del prodotto, il reddito degli agricoltori e la capacità dell’Italia di mantenere una filiera riconoscibile e competitiva.
Il grano canadese e il nodo del glifosato
Nel dibattito ricorre spesso il tema delle importazioni dal Canada e dell’utilizzo del glifosato. È però necessario distinguere tra questioni differenti. Il glifosato è stato classificato nel 2015 dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) come “probabilmente cancerogeno” per l’uomo, mentre le successive valutazioni europee di ECHA ed EFSA non hanno ritenuto soddisfatti i criteri per classificarlo come cancerogeno. L’EFSA ha comunque evidenziato alcune aree di rischio ambientale e ha segnalato limiti nei dati disponibili per alcune valutazioni.
Per questo è più corretto parlare di una controversia scientifica e regolatoria, anziché affermare che il grano canadese sia semplicemente “essiccato con il glifosato” o che il suo consumo determini un rischio cancerogeno accertato.
Una scelta che riguarda tutta la filiera
La forza dello spot sta allora soprattutto nel riportare al centro una domanda semplice: che cosa c’è davvero dentro il pacco di pasta che compriamo? Informare il consumatore non significa necessariamente demonizzare il grano straniero né imporre una scelta. Significa permettere di distinguere un prodotto realizzato con grano 100% italiano da uno ottenuto attraverso una miscela di diverse provenienze.
È una distinzione importante anche per gli agricoltori. Se il consumatore attribuisce un valore concreto alla materia prima nazionale, quella preferenza può trasformarsi in valore economico lungo tutta la filiera. Il mercato della pasta italiana ha costruito negli ultimi decenni un successo straordinario; la sfida, ora, è fare in modo che quel successo produca benefici anche per chi il grano lo coltiva.
La vera operazione-verità, dunque, non consiste nel contrapporre semplicemente grano italiano e grano straniero. Consiste nel restituire al consumatore la possibilità di scegliere sapendo esattamente che cosa sta acquistando. Perché “pasta italiana” e “pasta con grano italiano” sono due definizioni che possono coincidere, ma non sono necessariamente la stessa cosa.
