Risparmio e scelte finanziarie, italiani fra consapevolezza e tecnologia
Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi hanno pubblicato l’Indagine sul risparmio e le scelte finanziarie degli italiani
Indagine sul risparmio e le scelte finanziarie degli italiani 2026 (Foto Pixabay)
Oltre la metà degli italiani risparmia e per il 28% degli intervistati risparmiare è indispensabile soprattutto in funzione di prevenzione. I più avversi a correre rischi sono, inaspettatamente, i giovani. La tecnologia divide i risparmiatori: se il 28,2% non utilizza internet, un altro 27,9% l’impiega in modo pienamente integrato in tutte le attività. Lo spartiacque è la fiducia nei confronti degli strumenti tecnologici: il rischio di truffe e la protezione dei dati sono citati dal 76,5%, uno su quattro è incappato in una truffa online.
Il quadro viene dall’Indagine sul risparmio e le scelte finanziarie degli italiani 2026, realizzato da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi.
La ricerca, condotta su un campione di 1.800 capifamiglia titolari di un conto corrente, analizza le dinamiche degli investimenti finanziari delle famiglie italiane e ne mette in luce i comportamenti e le opinioni. L’edizione 2026 è accompagnata da un focus che indaga sulla relazione tra risparmiatori e tecnologia, realizzato attraverso un sovracampionamento di 300 individui.
La cultura del risparmio
Anche nel 2026 più della metà degli intervistati è riuscita a risparmiare (56% dal 58% del 2025). I risparmiatori accantonano in media l’11,9% del reddito disponibile, in linea con il 2025: risparmiano oltre la media i laureati (14,9% del reddito) e i lavoratori indipendenti (circa 20%).
Risparmiare è giudicato indispensabile dal 28% del campione, un livello prossimo ai massimi storici. Le principali motivazioni sono quella precauzionale (40%), seguita da pensione (19%), casa (19%) e figli (11%). L’indagine evidenzia come significativo l’aumento del risparmio destinato all’investimento: interessa il 6% to del campione, sopra i livelli pre-pandemici.
Risparmiatori in allerta
Volatilità, scenari tariffari, inflazione inattesa e tensioni geopolitiche hanno inciso sul livello di allerta dei risparmiatori. Il ratio di avversione al rischio (misurato dal rapporto tra chi dichiara di non essere disposto a correre rischi negli investimenti finanziari e chi invece lo è ) ha toccato nel 2026 quota 33,6, la più elevata mai raggiunta. L’indagine evidenzia anche un “paradosso generazionale”: i 18- 24enni risultano in assoluto i più avversi al rischio.
“È la generazione degli “scarring” multipli (ossia il sovrapporsi di ferite profonde come la pandemia, il trauma inflazionistico, le crisi geopolitiche): informata ma incapace di tradurre il sapere in fiducia”, spiega una nota dell’indagine.
Al crescere dell’incertezza percepita aumenta la preferenza per la liquidità. Quasi il 72% di chi investe ha portafogli scarsamente o per nulla diversificati, “esattamente il contrario di quanto la teoria economica raccomanda: l’avversione al rischio dichiarata coesiste, paradossalmente, con la sua concentrazione. Pesa, da questo punto di vista, anche un’alfabetizzazione fragile”.
Nel 2026 il 23,5% di intervistati possiede obbligazioni, con un peso medio nei portafogli del 26,6%. Le azioni mostrano il divario più ampio tra conoscenza e partecipazione: le conosce il 45% degli intervistati, ma solo il 7,8% le ha detenute negli ultimi cinque anni. Nel 2026 il 25-30% del campione possiede strumenti di risparmio gestito.
Pagamenti digitali e contante
Oltre a questo quadro generale, l’indagine sul risparmio si sofferma sui pagamenti. In questo caso, procede la transizione cashless ma non schiaccia l’uso del contante, che infatti viene usato regolarmente dal 56,2% degli intervistati.
Il credito al consumo è “la frontiera più delicata”, evidenzia la ricerca. Il 32,3% degli intervistati ha sottoscritto un prestito negli ultimi dodici mesi, spesso per consumi correnti, arredo e cure dentarie. Il 2026 è stato anche l’anno del ritorno dei mutui, con un tasso di rifiuto minimo: quattro famiglie mutuatarie su dieci dedicano tuttavia alla rata oltre il 20 per cento del proprio reddito.
Risparmiatori e tecnologia
Un focus riguarda i risparmiatori e la tecnologia. La prima fotografia è quella di una polarizzazione e divisione del campione fra chi non usa internet e chi ha integrato la tecnologia in tutte le attività. La differenza la fanno soprattutto età, istruzione e reddito: la quota di utilizzatori intensivi raggiunge il 38,8% tra i 18-44enni e sale al 40,2% tra i laureati. Quando si passa tuttavia alla gestione concreta del denaro, la filiale conserva un netto primato: il 58,1% del campione opera prevalentemente allo sportello, il 26,5 in un modello misto e solo il 12,8 via app mobile.
La fiducia negli strumenti digitali, spiega l’indagine, è il vero spartiacque: circa un terzo degli intervistati non si fida affatto e solo uno dichiara di fidarsi «molto». La preoccupazione dominante è la sicurezza, soprattutto il rischio di truffe e la protezione dei dati, citati dal 76,5% del campione, mentre un quarto degli intervistati ha avuto esperienza, diretta o indiretta, di truffe online.
Le funzionalità più apprezzate confermano la logica del controllo: si collocano in cima alle preferenze le notifiche di spesa (circa 52%) e l’analisi predittiva basata sull’IA (36%). La resistenza cresce quando la tecnologia riduce il ruolo attivo dell’utente: gli assistenti vocali sono giudicati troppo rischiosi da oltre il 60% e i sistemi completamente automatizzati basati sull’IA incontrano l’opposizione di circa l’87%.
“L’innovazione è benvenuta quando rafforza controllo, trasparenza e semplicità; viene respinta quando implica delega decisionale”.
Ai margini rimangono strumenti come le criptovalute, che vengono usate come investimento da meno del 2% degli intervistati.
L’indagine distingue i risparmiatori «digitali» (41,9%) dagli «analogici» (58,1%), in base alla disinvoltura dichiarata nell’uso di strumenti online di gestione del risparmio. La sorpresa arriva dai comportamenti di investimento: in modo del tutto controintuitivo, gli analogici sono più presenti nei mercati organizzati (hanno più fondi, gestioni, ETF). La maggiore familiarità con il digitale non si traduce dunque in una più ampia partecipazione ai mercati. L’adozione del digitale è selettiva: lo si sceglie come supporto operativo, ma per le decisioni rilevanti conta la supervisione umana.
