Servizio Sanitario Nazionale, Fondazione GIMBE: 5,8 milioni di cittadini rinunciano alle cure

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Quasi 6 milioni di cittadini rinunciano alle cure (Foto Pixabay)

Oltre 5 milioni e 800 mila cittadini rinunciano a curarsi: sono quasi il 10% della popolazione, costretta a rinunciare a visite mediche ed esami per i lunghi tempi di attesa e per ragioni economiche. Il diritto alla salute è sempre più condizionato dal reddito e dalla residenza e rischia di diventare sempre meno esigibile. Pesano le troppe disuguaglianze. Inoltre negli ultimi quattro anni ci sono stati 18,8 miliardi di “tagli invisibili” alla sanità. Rilanciare il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è “un imperativo etico”, rivendica la Fondazione GIMBE, che oggi ha presentato il 9° Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

Chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia

«Il SSN continua a garantire buoni esiti di salute, in particolare un’elevata aspettativa di vita e una bassa mortalità evitabile, ma ha perso la capacità di erogare prestazioni in modo equo e tempestivo – afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – Il sottofinanziamento strutturale, le diseguaglianze territoriali e sociali e la profonda crisi del personale stanno progressivamente erodendo i princìpi di universalità, uguaglianza ed equità. Queste criticità non cancellano il diritto alla tutela della salute, ma ne compromettono l’effettiva esigibilità, sempre più condizionata dal CAP di residenza e dalle condizioni economiche: oggi chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia a visite ed esami».

La rinuncia alle cure è uno dei dati che più colpisce. Nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone, pari al 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato a una o più visite o esami, rispetto al 7,6% del 2023. Il fenomeno sta crescendo. Circa 4 milioni hanno rinunciato per i lunghi tempi d’attesa e 3,1 milioni per motivi economici (si potevano indicare entrambe le motivazioni).

«Quando tempi d’attesa, disponibilità economiche e luogo di residenza condizionano l’accesso alle prestazioni sanitarie – afferma Cartabellotta – è in gioco la tenuta del patto sociale. Una prestazione garantita sulla carta, ma inaccessibile nella realtà, lascia il cittadino da solo di fronte al proprio bisogno di salute».

La spesa sostenuta direttamente dai cittadini, a sua volta, non intercetta le prestazioni a cui le persone rinunciano per indisponibilità economica e comprende spese per prestazioni extra-LEA. «In questo contesto – sottolinea Cartabellotta – il SSN deve garantire cure accessibili e proteggere le famiglie dalle conseguenze economiche della malattia. Le rinunce a visite ed esami restano fuori dal conto della spesa, ma alimentano bisogni di salute insoddisfatti: è un “debito sanitario” che genera “interessi” di salute, economici e sociali».

 

Fonte: Fondazione Gimbe

 

Il finanziamento pubblico: 18,8 miliardi di tagli invisibili

Un altro capito riguarda il finanziamento pubblico. L’analisi della Fondazione GIMBE evidenzia che nel periodo 2023-2026 il Fondo Sanitario Nazionale (FSN) è aumentato di € 17,5 miliardi, passando da € 125,4 miliardi del 2022 a € 142,9 miliardi nel 2026. Il quadro cambia però se il finanziamento è rapportato alla ricchezza prodotta dal Paese. Nel 2022 il FSN rappresentava il 6,27% del PIL; negli anni successivi la quota si è mantenuta intorno al 6%, con l’eccezione del 6,14% del 2026. Se il rapporto fosse rimasto al livello del 2022, il SSN avrebbe avuto a disposizione € 18,8 miliardi in più.

«Il finanziamento nominale è certamente aumentato – spiega Cartabellotta – ma si è ridotta la quota di ricchezza nazionale destinata al SSN. È il fenomeno dei “tagli invisibili”: non tagli nominali, ma risorse inferiori rispetto a quelle che il SSN avrebbe ricevuto mantenendo invariato il rapporto FSN/PIL del 2022».

Bisogna poi considerare il peso dell’inflazione,che fa tornare il finanziamento ai livelli del 2010. «Nel frattempo – continua il Cartabellotta – sono aumentati i bisogni di una popolazione che invecchia e i costi delle innovazioni farmacologiche e tecnologiche. Limitarsi a comunicare i miliardi stanziati non basta a dimostrare che il SSN sia adeguatamente finanziato».

Italia indietro per spesa sanitaria

Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana si attesta al 6,2% del PIL, contro il 7,1% della media OCSE. Tra i Paesi del G7, l’Italia è fanalino di coda per spesa sanitaria pubblica pro-capite. Al minore investimento pubblico corrispondono famiglie più esposte al pagamento diretto delle cure. Nel 2025 la spesa sanitaria totale è di € 190,1 miliardi: € 140,8 miliardi di spesa pubblica, € 42,4 miliardi a carico delle famiglie e quasi € 7 miliardi intermediati da fondi sanitari, assicurazioni e altri soggetti.

La salute è diritto costituzionale

«A quasi 48 anni dall’istituzione del SSN – conclude Cartabellotta – il diritto alla tutela della salute rimane fondamentale sulla Carta, ma è sempre meno esigibile nella vita reale. Un’involuzione che indebolisce i princìpi di universalità ed equità: disponibilità economiche e luogo di residenza condizionano l’accesso alle cure, ampliando il divario tra chi può pagare e chi è costretto ad attendere o a rinunciare. Il SSN continua formalmente a funzionare, ma perde progressivamente la capacità di garantire cure accessibili a tutti, mettendo a rischio il patto sociale tra cittadini e istituzioni».

È imperativo rilanciare il Servizio Sanitario Nazionale. «È attraverso il SSN che la Repubblica rende concreto il principio di uguaglianza tra le persone: la salute non è un privilegio riservato a chi può permetterselo, ma un diritto costituzionale che deve essere garantito a tutti».

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