Pesticidi, l'indagine: nei campi convenzionali trovate 20 sostanze chimiche di sintesi (Fonte immagine: Pixabay)
Pesticidi, l’indagine: nei campi agricoli convenzionali trovate 20 sostanze chimiche
All’interno del progetto Cambia la Terra sono stati analizzati 12 suoli agricoli convenzionali e 12 terreni biologici contigui. Nei campi bio sono stati rilevati 3 tipi di pesticidi; mentre in quelli convenzionali sono state ritrovate 20 sostanze tra insetticidi, erbicidi e fungicidi
Secondo la Global Soil Partnership della FAO, il 33% del suolo terrestre è già degradato, percentuale che potrebbe salire al 90% entro il 2050. E sempre la FAO avverte che la vitalità del suolo, che si traduce soprattutto nella presenza di miliardi di microrganismi per centimetro quadrato, è messa a rischio anche dai pesticidi utilizzati in agricoltura.
Questi i temi della campagna di comunicazione e sensibilizzazione sulla salute dei suoli di Cambia la Terra, il progetto di FederBio con Legambiente, Lipu, Medici per l’ambiente, Slow Food e WWF (qui i risultati completi della campagna).
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Nel corso del progetto sono stati analizzati 12 suoli agricoli convenzionali, messi a confronto con altrettanti terreni biologici contigui e adibiti alle stesse colture, in un monitoraggio a carattere dimostrativo su un totale di 24 aziende agricole.
Secondo quanto emerso dai risultati dell’indagine – presentati oggi dalle associazioni – nei campi convenzionali sono state ritrovate ben 20 sostanze chimiche di sintesi tra insetticidi, erbicidi e fungicidi.
La sostanza più rilevata è il glifosato, che compare in 6 campi convenzionali su 12, seguito dall’AMPA, un acido che deriva dalla degradazione del glifosato. Si tratta dell’erbicida più usato al mondo – si legge nella nota delle associazioni – che ha effetti sulla salute degli ecosistemi e su quella umana, e che è rientrato nella lista delle sostanze ‘probabilmente cancerogene’ dello Iarc di Lione (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro).
Delle altre 18 sostanze chimiche di sintesi ritrovate, ben 5 risultano revocate da anni: due, il DDT e il suo metabolita DDE (sostanza che proviene dal degrado della molecola originaria), resistono in un campo presumibilmente da 44 anni, in quantità non trascurabili. Le altre (permetrina e imidacloprid), vietate rispettivamente nel 2001 e nel 2018, sono state ritrovate in un campo di pomodori; l’ultima (oxodiazon) revocata nel 2021, in un pereto.

Per quanto riguarda i campi biologici, invece, le sostanze di sintesi rilevate sono solo tre, tra cui un insetticida contro le zanzare, e, in uno stesso campo, DDT e DDE. “Si tratta con ogni evidenza di contaminazioni accidentali, da cui il bio cerca da sempre di difendersi”, affermano le associazioni.
“I risultati del monitoraggio dimostrativo evidenziano che i dati relativi ai campi coltivati con il metodo biologico sono decisamente migliori rispetto a quelli coltivati in convenzionale – ha commentato Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio. – Le quantità di residui chimici di sintesi nei campi convenzionali è un dato di fatto, soprattutto per le produzioni intensive, dove si conferma l’urgenza di ridurre l’uso di pesticidi di sintesi chimica e per le quali il biologico può offrire soluzioni innovative, sperimentate da anni con il biocontrollo”.
Capitolo a parte – spiegano le associazioni – riguarda il rame, un fungicida consentito anche nel biologico. Le analisi ne hanno evidenziato la presenza in tutti i 24 campi analizzati. In quasi la metà dei casi (5 su 12) era presente una quantità significativamente maggiore nelle aziende convenzionali; in 4 casi su 12 c’è una equivalenza tra bio e convenzionale e solo in 3 casi su 12 il rame nei campi biologici prevale significativamente sull’analogo convenzionale.
Biodiversità a rischio
Le associazioni ritengono, dunque, che sia necessario avviare un monitoraggio continuo dei residui di pesticidi nel suolo.
“Il rischio – spiega Lorenzo Ciccarese, esperto Ispra – è che i pesticidi danneggino la biodiversità contenuta nel suolo. In un grammo (una quantità contenuta in un solo cucchiaio) di terreno fertile ci sono fino a un miliardo di cellule batteriche, 200 metri di ife fungine, e una vasta gamma di organismi animali, come nematodi, vermi, insetti, che lo rendono vivo e fertile”.
Ciccarese ha spiegato, dunque, il ruolo centrale del suolo nella salvaguardia della biodiversità. Il suolo sano, infatti, offre riparo a vertebrati, invertebrati, virus, batteri, funghi, licheni e piante, che forniscono una moltitudine di funzioni e servizi ecosistemici a beneficio di tutti.
I suoli ospitano oltre il 25% della biodiversità del nostro pianeta e più del 40% degli organismi viventi negli ecosistemi terrestri sono legati ai suoli,. Si tratta – prosegue Ciccarese – di una comunità di organismi viventi che mantiene i suoli sani e fertili e che regola molti processi biologici, chimici e fisici che portano alla produzione di alimenti e fibre.

