Quanto sale contengono gli alimenti trasformati? L'indagine del CTCU (foto Pixabay)
Quanto sale contengono gli alimenti trasformati? L’indagine del CTCU
Più della metà del nostro apporto giornaliero di sale proviene da alimenti trasformati. In occasione della Settimana mondiale per la riduzione del consumo di sale, il Centro Tutela Consumatori Utenti (CTCU) ha analizzato il contenuto di sale di 50 alimenti trasformati
Secondo le stime della Commissione Europea, le persone in Europa consumano fino al 75% del loro apporto giornaliero di sale attraverso alimenti trasformati e pasti consumati fuori casa: si tratta principalmente di pane e prodotti da forno, formaggi, carni lavorate e piatti pronti. In Italia si stima che il 54% dell’assunzione di sale provenga da alimenti trasformati. Lo ricorda il Centro Tutela Consumatori Utenti (CTCU), in occasione della Settimana mondiale di sensibilizzazione per la riduzione del consumo alimentare di sale, che durerà fino al 18 maggio 2025.
La maggior parte del sale viene ingerita senza che ce ne accorgiamo, perché “nascosta” nei cibi e nei piatti elaborati – spiega il CTCU -. Il sale che utilizziamo in casa per cucinare e condire contribuisce per il 36%, mentre gli alimenti freschi e non trasformati contribuiscono solo per il 10% al nostro apporto di sale (fonte: CREA – Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria).
Consumo di sale, 50 alimenti sotto la lente d’ingrandimento del CTCU
In occasione della Settimana mondiale per la riduzione del consumo di sale di quest’anno, il CTCU ha analizzato e confrontato il contenuto di sale di 50 alimenti trasformati in quattro diverse catene di vendita al dettaglio a Bolzano. I prodotti analizzati possono essere suddivisi in cinque categorie: piatti pronti, prodotti da forno e snack salati, carni lavorate, sostituti vegani della carne e formaggi.
I prodotti sono stati confrontati in base al loro contenuto di sale, espresso in grammi di sale per 100 grammi di prodotto, secondo le informazioni riportate nella tabella nutrizionale sulla confezione. Per la valutazione del contenuto il CTCU ha utilizzato i valori di riferimento della SINU (Società Italiana di Nutrizione Umana). In base a questi valori, il contenuto di sale fino a 0,3 g/100 g deve essere classificato come basso, quello tra 0,3 e 1,2 g/100 g come medio-alto e quello superiore a 1,2 g/100 g come alto.
L’associazione, inoltre, ha calcolato il contenuto per porzione e lo ha confrontato con la quantità massima giornaliera raccomandata (OMS). Le dimensioni delle porzioni variano naturalmente: a seconda dell’alimento, una porzione corrisponde a un pezzo (ad esempio un panino o un salamino) o alla dimensione della porzione specificata dal produttore o a una porzione standard secondo la SINU.
Secondo quanto emerso dall’indagine, in base ai valori guida SINU, nessuno dei 50 alimenti analizzati presenta un ridotto contenuto di sale (<0,3 g/100 g); 11 di questi prodotti hanno invece un contenuto medio (0,3 – 1,2 g/100 g), mentre i restanti 39 prodotti hanno un contenuto di sale alto (>1,2 g/100 g).
Il contenuto di sale più basso, tra gli alimenti analizzati, è stato riscontrato in una ricotta (0,36 g/100 g).
Mentre “il “premio negativo” per il più alto contenuto di sale va a un prosciutto di Parma che, secondo le informazioni riportate nella tabella nutrizionale, ne contiene ben 5,2 grammi ogni 100 grammi – afferma Silke Raffeiner, esperta di nutrizione del CTCU. – Con una porzione standard di 50 grammi di questo prosciutto di Parma, si consumano pertanto già 2,6 grammi di sale, e, quindi, il 52% della quantità giornaliera massima raccomandata”.
Non sorprende, tuttavia, che il prosciutto di Parma, il salame, lo speck e altri prodotti a base di carne siano la categoria di prodotto più salata della rilevazione, contenendo tra 1,9 e 5,2 grammi di sale per 100 grammi (media: 3,28 g/100 g).
Le altre quattro categorie di alimenti, infatti, sono leggermente meno salate rispetto ai prodotti a base di carne. I sostituti della carne vegani analizzati contengono in media 1,78 grammi di sale per 100 grammi (da 1 a 3,3 g/100 g), i prodotti da forno e gli snack salati in media 1,63 g/100 g (da 0,47 a 2,8 g/100 g), i formaggi in media 1,6 g/100 g (da 0,36 a 3,1 g/100 g) e i piatti pronti analizzati in media 1,3 g/100 g (da 0,87 a 1,7 g/100 g).
I pasti pronti
Il CTCU spiega, tuttavia, che “il basso contenuto medio di sale rilevato nei pasti pronti non deve trarre in inganno, poiché una porzione di un pasto pronto (nel caso specifico della rilevazione, ad es. una zuppa di pasta istantanea), se ultimato come da istruzioni riportate sulla confezione, può infine arrivare a contenere fino al 91% della quantità giornaliera massima di sale raccomandata.
Con una porzione dei prodotti da forno e degli snack salati esaminati, si arriva al 43% della quantità massima giornaliera raccomandata, con una porzione dei sostituti della carne vegani al 38% e con una porzione di formaggio al 35%. Gli alimenti con il più alto contenuto di sale nelle singole categorie sono: un hamburger, cioè un panino con polpetta di carne, pancetta e formaggio fuso (piatti pronti; 1,7 g di sale/100 g), uno snack sardo (prodotti da forno e snack salati; 2,8 g di sale/100 g), una imitazione vegetale della Kaminwurz, un salame affumicato di origine altoatesina (sostituti vegani della carne; 3,3 g di sale/100 g) e le classiche fette di formaggio fuso (formaggio; 3,1 g di sale/100 g).
“Alla luce di questi risultati, i produttori alimentari sono chiaramente chiamati a ridurre il contenuto di sale nei loro prodotti, e a farlo in modo significativo – commenta il CTCU -. Numerosi Paesi in tutto il mondo si sono dotati di strategie nazionali, gli Stati membri della regione europea dell’OMS hanno persino concordato di ridurre l’assunzione di sale del 30% entro il 2025“.
“Tuttavia – prosegue l’associazione – la maggior parte dei Paesi è ancora lontana dal raggiungere questo obiettivo. I Paesi europei che finora hanno ottenuto i maggiori successi sono stati la Finlandia e il Regno Unito. In molti altri Paesi, i consumatori dovranno probabilmente aspettare ancora più a lungo per trovare sugli scaffali dei supermercati alimenti lavorati a basso contenuto di sale”.
I consigli del CTCU per ridurre il consumo di sale
Nel frattempo, i consumatori possono prendere l’iniziativa di ridurre il proprio apporto di sale. Ecco i consigli del CTCU:
-mangiare più alimenti freschi e non lavorati, soprattutto frutta e verdura;
-preparare pasti fatti in casa, quando possibile;
-consumare carne lavorata, piatti pronti e snack salati e in generale alimenti altamente trasformati solo occasionalmente e in quantità moderate;
–sciacquare i cibi in scatola (ad esempio i fagioli) in un colino sotto l’acqua corrente prima di consumarli;
–ridurre gradualmente la quantità di sale utilizzata in cucina;
-sostituire parte del sale con erbe e spezie nel condire piatti e insalate;
–togliere la saliera e gli altri condimenti dalla tavola;
–non aggiungere automaticamente il sale a tutte le pietanze;
Infine, quando si fa la spesa, è bene confrontare il contenuto di sale tra simili prodotti trasformati e preconfezionati, consultando le rispettive tabelle nutrizionali (il contenuto di sale è solitamente indicato nell’ultima riga della tabella) e acquistare il prodotto che ne contiene meno.

