Caldo estremo, a Roma 68°C su una pista ciclabile a Don Bosco. Campagna di Legambiente per città più fresche e più giuste (Foto Legambiente)

Il caldo estremo non colpisce tutti i quartieri, e tutti i cittadini, allo stesso modo. E rischia di aumentare e riproporre le disuguaglianze sociali. La distribuzione degli spazi e degli ambienti verdi in città crea infatti nuove disuguaglianze quando ci sono i bollini rossi dell’allerta meteo e le ondate di calore perché alcuni quartieri hanno meno spazi verdi, meno ombreggiature, meno occasioni e spazi per difendersi dalle ondate di calore e dal caldo estremo.

Il caldo estremo richiama il tema della cooling poverty, una povertà di raffrescamento che non riguarda solo la povertà energetica ma considera anche la presenza di aree verdi in città, le reti sociali di sostegno e una serie di condizioni che, se assenti, mettono famiglie e persone sotto estremo stress in condizioni di caldo umido e isole di calore. A pagarne lo scotto, spiega Legambiente, sono soprattutto quartieri e periferie.

“Che caldo che fa!”, si parte da Roma

Per questo ieri da Roma Legambiente ha dato il via alla sua nuova campagna nazionale “Che caldo che fa!  Contro la cooling poverty: città + fresche, città + giuste”, realizzata con il supporto di Banco dell’Energia, per affrontare il problema della “cooling poverty”, ancora poco conosciuto. Obiettivo della campagna, articolata in cinque tappe (dopo Roma ci saranno Napoli, Bologna, Milano e Palermo) e con la partecipazione della Croce Rossa Italiana, è quello di “portare in primo piano quei quartieri in cui le alte temperature sono rese ancora più insostenibili dalla mancanza di infrastrutture, spazi verdi e servizi adeguati ad affrontarle, e di chiedere interventi puntuali e precisi per città e periferie più fresche e giuste”.

Nelle città italiane fa sempre più caldo. Solo da fine maggio al 20 giugno il Ministero della Salute ha emesso ben 21 bollettini giornalieri indicanti 23 “livelli 3” il livello massimo di allerta, per ondate di calore e caldo eccessivo. Dieci le città da bollino rosso: Bologna, Bolzano, Brescia, Campobasso, Firenze, Frosinone, Latina, Perugia, Roma, Torino. Le temperature elevate rappresentano un rischio concreto per la salute. Lo scorso anno l’eccesso di mortalità, ossia i decessi in più rispetto al totale atteso per tutto il periodo estivo del 2024, a carico delle classi di età più anziane (85+ anni), è stato notevole sia al Nord (+8%) che al Centro-Sud (+9%).

 

 

Caldo estremo a Roma, i casi Garbatella e Don Bosco

La campagna è partita dunque da Roma e da due quartieri simbolo, la Garbatella e Don Bosco, dove Legambiente il 18 e il 19 giugno ha realizzato 31 termografie. Le termofoto scattate nelle ore più calde della giornata, in un areale di circa mezzo chilometro quadrato dove si trovano farmacie, supermercati, fermate di bus, piste ciclabili e parchi, hanno rilevato una temperatura media di 35,4°C alla Garbatella e di 37,9°C a Don Bosco.

La temperatura massima registrata al suolo ha toccato i 68°C in una pista ciclabile a Don Bosco completamente priva di ombra.

Temperature altrettanto alte, di 52,2°C, alla fermata del bus Giulio Agricola e al parcheggio antistante la Regione Lazio con 53,7°C.

La situazione migliora nei luoghi ombreggiati dove la temperatura al suolo rilevata è stata di ben 15°C in meno.

Roma nel suo complesso è una città sempre più da bollino rosso. Sono sempre più frequenti le notti tropicali, durante le quali la temperatura minima non scende sotto i 20°C, mentre l’effetto isola di calore segna una differenza di 6,5°C tra le zone centrali e il quadrante est della città grazie alle aree verdi. Nella Capitale c’è poi l’impatto degli eventi meteo estremi: se ne contano 89 dal 2015 al 2024.

È una condizione di “ebollizione globale”, denuncia Legambiente, che chiede interventi per mitigare l’effetto delle isole di calore. A livello nazionale, l’associazione chiede di “approvare un piano di adattamento climatico, con un focus specifico sulle città, che preveda misure che vanno da interventi di rigenerazione urbana in grado di attutire gli effetti di questo fenomeno, a partire dall’aumento di aree verdi, delle infrastrutture blu e di ombreggiature, fino all’attivazione di servizi a supporto delle fasce più esposte, per età, aspetti sanitari o sociali e l’implementazione di servizi di allerta e supporto sanitario”.

«Con la nostra nuova campagna “Che Caldo che fa!” – ha detto Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – vogliamo mettere al centro il tema della cooling poverty, ovvero di come le alte temperature diventino del tutto insostenibili in alcune aree della città e per quelle persone che non possono accedere agli interventi o ai servizi per attenuarne gli effetti. Ad oggi, infatti, nei quartieri a basso reddito, la mancanza di spazi verdi e l’impossibilità spesso ad accedere a soluzioni di raffrescamento aumentano l’esposizione al caldo e il rischio di malori, mentre nei quartieri più benestanti si riscontrano condizioni migliori per mitigare il fenomeno: parchi e aree verdi, ventilazione naturale, accesso a impianti di climatizzazione».

Per Zampetti «le politiche di adattamento climatico nelle nostre città devono essere sviluppate con un approccio multidimensionale, per evitare che le misure adottate contribuiscano ad ampliare le disuguaglianze esistenti. Incrociare la mappatura delle isole di calore con quella della carenza di servizi e degli indicatori socioeconomici dei quartieri consente di identificare con precisione le aree urbane più vulnerabili da ogni punto di vista».

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