Compagnie petrolifere, dall’Antitrust multe per oltre 936 milioni (Foto Pixabay)
Compagnie petrolifere, dall’Antitrust multe per oltre 936 milioni
L’Antitrust multa sei compagnie petrolifere per oltre 936 milioni di euro. L’accusa: intesa restrittiva della concorrenza sul valore della componente bio inserita nel prezzo del carburante
L’Antitrust multa sei compagnie petrolifere per oltre 936 milioni di euro. L’accusa: aver attuato un’intesa restrittiva della concorrenza. Dall’istruttoria, avviata grazie a un whistleblower, è emerso che i principali operatori petroliferi si sono coordinati per determinare il valore della componente bio inserita nel prezzo del carburante.
Antitrust vs Eni, Esso, Ip, Iplom, Q8, Saras e Tamoil
L’istruttoria dell’Antitrust riguarda le compagnie petrolifere Eni, Esso, Ip, Iplom, Q8, Saras e Tamoil (per quest’ultima anche con riferimento alle condotte di Repsol, ora da essa acquisita), le più importanti compagnie petrolifere operanti in Italia. L’Antitrust, informa una nota, “ha accertato un’intesa restrittiva della concorrenza nella vendita del carburante per autotrazione per tutte le parti, fatta eccezione per Iplom e Repsol. Per questo motivo ha sanzionato le società per un totale complessivo di 936.659.087 euro”.
Nel dettaglio, l’Antitrust ha multato Eni per 336.214.660 euro, Esso per 129.363.561 euro, Ip per 163.669.804 euro, Q8 per 172.592.363 euro, Saras per 43.788.944 euro e Tamoil per 91.029.755 euro.
“Aumenti simultanei e coordinati”
Dall’insieme degli elementi di prova, scrive l’Antitrust nel provvedimento, “emerge incontrovertibilmente che ENI, KUWAIT, ESSO, TAMOIL, IP e SARAS hanno preso parte a una pratica concordata che ha avuto a oggetto l’applicazione di aumenti simultanei e coordinati del valore della componente bio a partire dal 1°gennaio 2020”.
Istruttoria complessa, avviata a seguito della denuncia di un whistleblower. Dalle indagini è emerso che le compagnie petrolifere si sono coordinate per determinare il valore della componente bio inserita nel prezzo del carburante, componente introdotta dalle compagnie per ottemperare agli obblighi previsti dalla normativa in vigore.
Il cartello ha avuto inizio il 1° gennaio 2020 e si è protratto fino al 30 giugno 2023. Il valore di questa importante componente del prezzo è passato da circa 20€/mc del 2019 a circa 60 €/mc del 2023.
Secondo l’Antitrust le compagnie hanno attuato contestuali aumenti di prezzo, in gran parte coincidenti, determinati da scambi di informazioni diretti o indiretti tra le imprese interessate. “Il cartello – scrive ancora l’Autorità – è stato facilitato dalla comunicazione del valore puntuale della componente bio in numerosi articoli pubblicati su “Staffetta Quotidiana”, noto quotidiano di settore, grazie anche alle informazioni inviate direttamente da Eni al giornale.”
Eni: “La società tutelerà le proprie ragioni”
Immediata la reazione dell’Eni, che reputa la decisione Antitrust “incomprensibile e infondata” e annuncia che tutelerà le proprie ragioni in sede giurisdizionale.
Eni, informa una nota stampa, “esprime il più fermo dissenso e la profonda sorpresa per le conclusioni dell’Autorità, che ha ritenuto la società partecipe di una presunta intesa restrittiva della concorrenza tra le principali società petrolifere operative in Italia nel settore dei carburanti per autotrazione, per quanto riguarda il costo della componente bio del prezzo del carburante, introdotta dalle compagnie nei carburanti tradizionali per ottemperare agli obblighi normativi”.
“Nonostante la piena collaborazione e la trasparenza assicurata da Eni durante tutto il corso dell’istruttoria, l’impianto accusatorio dell’AGCM si fonda su una ricostruzione artificiosa che ignora le logiche di funzionamento del mercato e travisa la realtà dei fatti, decontestualizzando comunicazioni legittime legate ai rapporti di fornitura reciproca tra gli operatori – prosegue la nota – L’AGCM ignora le evidenze emerse nel corso dell’istruttoria, che dimostrano come Eni e gli altri operatori abbiano sempre agito in autonomia e spesso in disallineamento, così come infondate risultano anche le valutazioni riguardo alla pubblicazione dei prezzi sulla stampa di settore, dato che le informazioni relative alla variazione dei prezzi della componente bio erano già note al mercato e, quindi, non in grado di condizionare le dinamiche concorrenziali”.
“Danno reputazionale”
La decisione dell’Antitrust, scrive ancora l’Eni, appare “ancora più paradossale se si considera che riguarda una componente, imposta da obblighi normativi, che incide solo per pochi centesimi al litro sul prezzo al consumo del carburante e colpisce ingiustificatamente condotte commerciali corrette e trasparenti, disincentivando l’efficienza e l’innovazione in un settore strategico per il Paese”.
La compagnia lamenta il danno della “ingiusta sanzione” e scrive che “il provvedimento odierno costituisce inoltre un ennesimo grave danno reputazionale per Eni, che viene accostata a pratiche collusive alle quali è del tutto estranea. Eni, pertanto, come già fatto in passato in relazione alla sanzione già ricevuta per asserite pratiche commerciali scorrette proprio in relazione ai propri biocarburanti (caso Diesel+), annullata definitivamente dal Consiglio di Stato dopo oltre 5 anni dalla sua irrogazione, tutelerà con determinazione le proprie ragioni e la propria immagine in ogni sede competente”.

