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L’Italia conferma una presenza significativa nel panorama accademico europeo. Secondo la classifica QS World University Rankings: Europa 2026, sono 14 le università italiane che figurano tra le prime 200 del continente. In testa si colloca il Politecnico di Milano, al 45° posto, seguito dall’Università di Bologna (59°) e dalla Sapienza di Roma (77°). Nella fascia alta della graduatoria compaiono anche Padova, Milano e il Politecnico di Torino, a testimonianza di un sistema universitario che continua a esprimere eccellenze riconosciute a livello internazionale.

Avanzamenti e arretramenti in classifica

Il confronto con l’edizione precedente mostra un quadro articolato. Alcuni atenei perdono posizioni, come il Politecnico di Milano, Bologna e la Sapienza, mentre altri registrano progressi significativi.

È il caso dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che guadagna quattro posizioni, di Roma Tor Vergata, che compie un deciso balzo in avanti, e delle università di Trento e Pavia, in crescita rispetto al 2025. Al contrario, arretrano Napoli Federico II, Torino e Firenze, segno di una competizione sempre più serrata a livello europeo.

L’Italia come motore della ricerca europea

Secondo Nunzio Quacquarelli, fondatore e presidente di QS, l’Italia è «uno dei motori della ricerca in Europa», grazie a una produzione accademica intensa e a un’offerta formativa sempre più internazionale, con uno dei numeri più alti di corsi in lingua inglese nel continente. Il successo del Politecnico di Milano, entrato recentemente nella top 100 mondiale QS, viene indicato come esempio della crescente competitività delle istituzioni italiane.

Il paradosso della mobilità studentesca

Accanto ai risultati positivi emerge però un paradosso strutturale. L’Italia è tra i maggiori esportatori di studenti in Europa, con più università presenti nella top 5 e nella top 50 per mobilità in uscita rispetto a qualsiasi altro Paese. Al tempo stesso, nessun ateneo italiano figura nella top 100 per la proporzione di docenti e studenti internazionali. Un dato che segnala una difficoltà ad attrarre e trattenere talenti dall’estero, trasformando il sistema universitario in un trampolino di lancio più verso l’esterno che verso il rafforzamento interno.

Questo squilibrio, secondo Quacquarelli, riflette un problema più ampio di natura demografica ed economica. Nell’ultimo decennio l’Italia ha perso quasi 100.000 laureati tra i 25 e i 35 anni, una tendenza che, unita al calo delle nascite, rischia di incidere negativamente su produttività e crescita. La vera sfida per il Paese, conclude QS, è trasformare il successo accademico in opportunità di lavoro, innovazione e capacità di trattenere i talenti formati nelle proprie università.

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