Economia circolare, Italia leader nel riciclo ma dipendente dall’estero
Il nuovo Rapporto 2026 fotografa un’Italia leader europea nella circolarità, ma vulnerabile sul fronte delle materie prime. Crescono i costi delle importazioni e pesa l’instabilità geopolitica: dalla crisi di Hormuz ai dazi sulle risorse critiche, la transizione circolare diventa una questione industriale e strategica.
L’Italia si conferma il Paese più “circolare” d’Europa, ma resta anche una delle economie più esposte alla dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento di materiali strategici. È il paradosso che emerge dall’8° Rapporto sull’Economia Circolare in Italia 2026, presentato a Roma dal Circular Economy Network insieme alla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile ed ENEA.
Da una parte, il nostro Paese eccelle nei principali indicatori della circolarità: il tasso di utilizzo circolare della materia ha raggiunto il 21,6%, il più alto in Europa, contro una media UE del 12,2%. Anche il riciclo dei rifiuti resta un punto di forza: l’Italia recupera l’85,6% dei rifiuti urbani e speciali, più del doppio della media europea. Sul fronte della produttività delle risorse, inoltre, genera 4,7 euro di PIL per ogni chilogrammo di materia consumata, risultato che la colloca davanti a tutte le grandi economie europee.
Eppure, quasi la metà delle materie prime utilizzate dall’industria italiana continua ad arrivare dall’estero. Nel 2025 il 46,6% dei materiali trasformati è stato importato, una quota molto superiore rispetto alla media europea del 22,4% e più alta anche di Germania, Francia e Spagna.
Il conto delle importazioni pesa sempre di più
La dipendenza dall’estero non è solo un problema ambientale o strategico: sta diventando soprattutto un costo economico crescente. Nel 2025 la spesa italiana per l’importazione di materiali ha sfiorato i 600 miliardi di euro, con un incremento del 23,3% rispetto al 2021, nonostante il calo dei volumi acquistati.
A incidere maggiormente sono stati i metalli strategici – nichel, rame e acciaio – il cui costo è aumentato del 18%, arrivando a rappresentare il 40% del valore complessivo delle importazioni nazionali. Una dinamica aggravata dalle tensioni geopolitiche internazionali, dalla volatilità dei mercati e dalle restrizioni commerciali introdotte da molti Paesi esportatori.
Secondo il recente rapporto OCSE sulle restrizioni all’export delle materie prime critiche, tra il 2009 e il 2024 le misure protezionistiche sono quintuplicate. Dazi, limitazioni quantitative e divieti colpiscono ormai materiali essenziali per la transizione energetica e digitale, come litio, cobalto, grafite, terre rare e manganese.
La crisi dello stretto di Hormuz ha ulteriormente evidenziato quanto la sicurezza degli approvvigionamenti sia ormai un nodo centrale per l’economia europea.
La circolarità come nuova politica industriale
Il messaggio che arriva dalla Conferenza nazionale sull’Economia Circolare è chiaro: la circolarità non è più soltanto una scelta ambientale, ma una necessità industriale e geopolitica.
“Una maggiore circolarità dell’economia diventerà sempre più una condizione imposta non solo dalla crisi climatica e dalla limitatezza delle risorse, ma dal contesto geopolitico”, ha spiegato Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. Ridurre il consumo di materie prime vergini, aumentare il riciclo, favorire riparazione e riuso significa infatti diminuire la vulnerabilità economica e strategica del sistema produttivo.
Anche l’Europa prova ad accelerare. Bruxelles sta preparando il nuovo Circular Economy Act, previsto entro fine anno, con l’obiettivo di rafforzare il mercato delle materie prime seconde e rendere più competitiva l’economia circolare europea. Ma il ritardo accumulato resta significativo: ai ritmi attuali l’UE non riuscirà a raggiungere il target del 24% di circolarità entro il 2030.
Negli ultimi due anni sono comunque arrivate alcune misure importanti, dalla revisione della direttiva rifiuti al regolamento sugli imballaggi, fino al diritto alla riparazione e al passaporto digitale dei prodotti previsto dal piano Ecodesign.
Fosforo, magnesio e acqua: le nuove risorse strategiche
Una delle sezioni più innovative del Rapporto, curata da ENEA, mette in relazione diretta economia circolare e sicurezza delle materie prime critiche.
Tra i casi più emblematici c’è quello del fosforo, essenziale per fertilizzanti e mangimi. L’Europa dipende per l’82% dalle importazioni, provenienti soprattutto da Marocco, Russia, Algeria e Israele. Secondo il Rapporto, una parte significativa potrebbe essere recuperata dai fanghi di depurazione, trasformando un rifiuto in una risorsa strategica.
Ancora più delicata la situazione del magnesio: la Cina controlla l’88% della produzione mondiale e l’Unione Europea dipende totalmente dall’estero per il magnesio primario. In questo scenario acquista interesse la cosiddetta “desalinizzazione circolare”: la salamoia prodotta dagli impianti potrebbe diventare una fonte preziosa di magnesio, potassio, calcio e bromo.
Anche la gestione dell’acqua entra sempre più nelle strategie di resilienza europea. Circa il 30% del territorio UE soffre ogni anno di scarsità idrica stagionale, quota che supera il 70% nel Sud Europa durante l’estate. Per adeguare gli impianti italiani alle nuove norme europee saranno necessari investimenti stimati tra 800 milioni e 2 miliardi di euro.
Investimenti in frenata e occupazione in calo
Nonostante i buoni risultati ambientali, il Rapporto evidenzia una contraddizione preoccupante: proprio mentre la circolarità diventa strategica, gli investimenti privati rallentano.
Tra il 2019 e il 2023 gli investimenti nelle attività legate all’economia circolare – riciclo, riparazione, riuso, noleggio e leasing – sono scesi da 13,1 a 10,2 miliardi di euro, passando dallo 0,7% allo 0,5% del PIL. Anche l’occupazione nel settore mostra segnali di debolezza: gli addetti sono circa 508mila, il 2% del totale nazionale, ma in calo del 7% rispetto al 2019.
Pesano inoltre i ritardi nell’attuazione del PNRR. Dei circa 1.100 progetti finanziati per impianti di gestione dei rifiuti e filiere del riciclo, la spesa effettivamente realizzata resta bassa, attorno al 17%, con il rischio concreto di non rispettare le scadenze del 2026.
Il quadro che emerge è quello di un’Italia molto avanzata sul piano della capacità di riciclo e dell’efficienza delle risorse, ma ancora fragile nella costruzione di una vera filiera industriale circolare capace di generare investimenti, occupazione e autonomia strategica.
Ed è proprio su questo terreno che si giocherà la sfida dei prossimi anni: trasformare la circolarità da eccellenza ambientale a pilastro della competitività economica europea.

