(Foto di Gerd Altmann da Pixabay)
Dazi Usa, stangata sull’olio d’oliva: rischiano vino e pasta
L’accordo tra Bruxelles e Washington fissa al 15% i dazi sulle esportazioni europee: un “compromesso al ribasso” per le associazioni di categoria.
Il 27 luglio scorso in Scozia la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente americano Donald Trump hanno firmato una dichiarazione congiunta che ridisegna le regole commerciali tra Europa e Stati Uniti. L’intesa stabilisce un tetto massimo del 15% sui dazi USA per la maggior parte delle esportazioni agroalimentari europee.
Un risultato che, se da un lato supera il precedente regime fatto di balzelli cumulativi e variabili, dall’altro viene giudicato un “compromesso al ribasso” dalle associazioni italiane. «Profonda insoddisfazione», commentano Tommaso Battista (Copagri) e Cristian Maretti (Legacoop Agroalimentare), ricordando che a pagare il prezzo più alto saranno vino, pecorino e olio d’oliva.
Olio d’oliva: la ferita più dolorosa
Per l’Italia, l’olio extravergine d’oliva è il prodotto più esposto insieme al vino. Secondo Coldiretti, i nuovi dazi comporteranno un aggravio di oltre 140 milioni di euro. A preoccupare non è solo l’aumento dei costi, ma anche l’effetto domino sull’intero mercato, già scosso dalla debolezza del dollaro e dall’inflazione.
Eppure, proprio negli Stati Uniti la domanda cresce: il Paese importa il 95% dell’olio che consuma, circa 370mila tonnellate l’anno, e secondo le stime entro il 2030 potrebbe superare perfino i livelli di consumo dell’Italia. «Le qualità salutistiche dell’olio d’oliva dovrebbero garantire l’esenzione dai dazi», osserva Anna Cane, presidente del Gruppo olio d’oliva di Assitol, definendo il prodotto “una spremuta di benessere”.
Vino e pasta nel mirino
Il vino resta la prima voce dell’export agroalimentare italiano e sarà anche il settore più colpito: oltre 290 milioni di euro di costi aggiuntivi stimati, con rischi di ulteriori aggravi legati all’andamento del dollaro. Subito dopo l’olio, anche la pasta di semola dovrà fare i conti con una maggiorazione vicina ai 74 milioni di euro.
Situazione più stabile per i formaggi, già gravati da dazi compresi tra il 10 e il 15%, che non subiranno variazioni immediate.
Export agroalimentare sotto pressione
Gli Stati Uniti rappresentano il principale mercato extra-Ue per l’agroalimentare italiano, con un valore che nel 2024 ha sfiorato gli 8 miliardi di euro. Proprio per questo i dazi rischiano di minare uno dei settori più dinamici del Made in Italy.
I segnali sono già evidenti: nei primi tre mesi dall’applicazione dei dazi aggiuntivi al 10%, l’export alimentare verso gli Usa ha registrato un calo del 2,9% in valore, secondo i dati Istat elaborati da Coldiretti. Un trend che, se confermato, rischia di mettere in ginocchio migliaia di imprese e produttori.
Tra politica e mercato, il futuro del Made in Italy
Il compromesso con Washington viene accolto come una tregua amara: meglio del caos tariffario precedente, ma lontano dalle richieste del settore agroalimentare italiano. Mentre i produttori chiedono esenzioni mirate per i prodotti di punta come l’olio d’oliva, resta l’incognita della politica commerciale Usa e dell’andamento dei mercati valutari.
In gioco non c’è solo il destino di vino, olio e pasta, ma la credibilità di un sistema che ha fatto del cibo un ambasciatore del Made in Italy nel mondo.

