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False crypto della grande distribuzione: la truffa dietro i nomi Conad, Carrefour e Coop
Rendimenti garantiti, app fasulle e brand storici usati come esca: dietro tre presunte piattaforme di “shopping crypto” si nasconde un unico schema Ponzi seriale, progettato per replicarsi e colpire la fiducia degli utenti.
Conad, Carrefour e Coop non c’entrano nulla. Eppure i loro nomi sono stati utilizzati per dare credibilità a tre piattaforme di false crypto solo apparentemente diverse, riconducibili ai domini coclub.vip, cfshop.top e cpusdmail.top.
Si tratta di rebranding sequenziali dello stesso impianto fraudolento, spinto da reti di promotori rimasti senza piattaforme dopo il collasso di precedenti schemi come Eirio e X-gpu. L’obiettivo è chiaro: intercettare la fiducia costruita da marchi reali per alimentare un nuovo ciclo di raccolta.
La narrativa del “consumo intelligente”
Il racconto è sempre lo stesso: crypto mall, shopping che genera valore, ecosistemi sostenibili e comunitari. Ma dietro gli slogan non esiste nulla di verificabile. Nessuna blockchain pubblica, nessun whitepaper, nessun audit, nessuna prova di riserve. I presunti token non sono tracciabili né scambiabili. L’unica costante sono i depositi in USDT e la promessa di rendimenti giornalieri fissi, un’assurdità economica che smaschera l’impianto.
I livelli VIP promettono guadagni quotidiani dal 20% a oltre il 70%. Con ogni “nuova versione” i rendimenti aumentano e i livelli vengono resettati. È una dinamica tipica delle fasi avanzate di questo schema: servono sempre più fondi freschi per sostenere l’illusione dei pagamenti iniziali.
Il cuore dello schema
Il vero motore non è lo shopping, ma il referral multilivello. Le commissioni sui depositi degli invitati – fino al 16% complessivo – chiariscono il messaggio: non si guadagna investendo, ma reclutando. L’introduzione di bonus su ogni ricarica di false crypto successiva segnala una struttura che non regge più senza versamenti continui.
Gli “aggiornamenti di sistema” con reset dei livelli VIP costringono gli utenti a reinvestire per non perdere lo status raggiunto. È una tecnica coercitiva nota, mascherata da miglioramento tecnico, che impedisce un’uscita ordinata dal sistema.
Wallet fantasma e infrastruttura comune
Le app mostrano wallet su TRON o Ethereum che risultano completamente inattivi on-chain: nessuna transazione, nessun saldo reale. Il wallet è solo scenografia, mentre i flussi – quando esistono – passano altrove. Domini recenti, Cloudflare, sottodomini casuali e testi aziendali riciclati completano l’impronta di un backend unico.
Non sono tre truffe, ma una sola macchina fraudolenta che cambia pelle per sopravvivere. I marchi della GDO sono vittime di impersonation fraud; gli utenti rischiano la perdita totale dei fondi. La serialità di questo modello lo rende particolarmente pericoloso.

