Rapporto Istat

La fotografia dell'Italia dell'Istituto Nazionale di Statistica

La disuguaglianza resta uno dei tratti descrittivi della nostra società, solcata da differenze sociali marcate che gli effetti della pandemia da Covid-19 non potranno che accentuare ulteriormente. Lo afferma l’Istat nel Rapporto annuale sulla situazione del Paese, presentato oggi.

La classe sociale di origine influisce ancora in misura rilevante sulle opportunità degli individui nonostante il livello di ereditarietà si sia progressivamente ridotto. Per la generazione più giovane però l’ascensore sociale resta fermo e le possibilità di crescita restano ridotte.

Il mercato del lavoro penalizza le donne

Sul fronte del mercato del lavoro la fotografia al 2019 indica crescita di diseguaglianze territoriali, generazionali e per titolo di studio rispetto al 2008. Quelle di genere sono diminuite in termini di quantità di occupati ma aumentate sotto il profilo della qualità del lavoro.

Con maggiore frequenza si tratta di lavoratori a tempo determinato e a tempo parziale, specie involontario, che occupano posizioni lavorative ad alto rischio di marginalità e di perdita del lavoro.

Tra le donne è alta, anche se non maggioritaria, la diffusione dei cosiddetti orari antisociali – serali, notturni, nel fine settimana, turni – che assumono grande rilevanza per la qualità del lavoro e la conciliazione con la vita privata.

Rischi di amplificazione delle diseguaglianze a svantaggio delle donne sono associati alla precarietà, al part time involontario e alla conciliazione dei tempi di vita, resa più difficile, nel periodo del lockdown, dalla chiusura delle scuole e dalla contemporanea impossibilità di affidarsi alla rete familiare.

Gender gap
Si accentuano le differenze tra uomo e donna

Infanzia, pochi servizi e a pagamento

In generale, la carenze di nidi e servizi integrativi, specie in alcune zone del territorio nazionale, pesa sulla condizione lavorative delle donne e, al tempo stesso, sulle opportunità educative offerte ai bambini.

Lo svantaggio ricade soprattutto sui bambini delle famiglie meno agiate e sul Mezzogiorno. Tra le famiglie con bambini usa il nido il 13% di quelle più povere e il 31,2% di quelle più ricche. Nel Mezzogiorno, i posti disponibili nei nidi e nei servizi integrativi, pubblici e privati, in media non coprono il 15% dei bambini fino a 3 anni di età: cinque regioni del Centro-nord hanno invece già superato il 33% di bambini al nido fissato come obiettivo europeo per il 2010.

La carenza di servizi all’infanzia nelle regioni meridionali produce una penalizzazione aggiuntiva per i bambini perché spinge ad anticipare i tempi del percorso scolastico. I bambini che anticipano il loro ingresso alla scuola dell’infanzia, rapportati ai bambini di 2 anni compiuti, sono in media il 15% dei loro coetanei e superano il 20% nelle regioni del Sud. Gli anticipi alla scuola primaria riguardano invece il 16% dei bambini di 5 anni nel Sud contro il 3,4% di quelli del Centro-nord.

bambino che gioca

Disuguaglianze ai tempi del Covid, didattica a distanza e digital divide

La chiusura delle scuole imposta dall’emergenza epidemica può produrre un aumento delle diseguaglianze tra i bambini: nel biennio 2018-2019 il 12,3% dei minori di 6-17 anni (pari a 850mila) non ha un pc né un tablet ma la quota sale al 19% nel Mezzogiorno (7,5% nel Nord e 10,9% nel Centro). Lo svantaggio aumenta se combinato con lo status socio-economico: non possiede pc o tablet oltre un terzo dei ragazzi che vivono nel Mezzogiorno in famiglie con basso livello di istruzione.

Il 45,4% degli studenti di 6-17 anni (pari a 3 milioni 100mila) ha difficoltà nella didattica a distanza per la carenza di strumenti informatici in famiglia, che risultano assenti o da condividere con altri fratelli o comunque in numero inferiore al necessario.

Smartworking, l’opportunità in più

Infine, in un Paese in cui l’organizzazione del lavoro è ancora rigida, l’esperimento dello smartworking,bruscamente accelerato dall’emergenza sanitaria, ha messo in evidenza le potenzialità di questo strumento.

La stima dell’ampiezza potenziale del lavoro da remoto, basata sulle caratteristiche delle professioni, porta a contare 8,2 milioni di occupati (il 35,7%) con professioni che lo consentirebbero; si scende a 7 milioni escludendo le professioni per le quali in condizioni di normalità è comunque preferibile la presenza sul lavoro (ad esempio gli insegnanti). Nel 2019 meno di un milione di questi occupati ha effettivamente lavorato da casa.

Eppure sono tante le professioni che potrebbero essere svolte da casa: quasi tutto ciò che ruota attorno ai comparti dell’informazione e comunicazione, delle attività finanziarie e assicurative e dei servizi alle imprese (con quote tra il 60 e il 90%).

Nel 2019, il lavoro da casa in questi tre settori ha interessato una quota relativamente alta di occupati (rispettivamente 19,8%, 10,9% e 22,1%). Nei servizi generali della PA, il 56,5% potrebbe sperimentare il lavoro a distanza ma nel 2019 lo ha effettivamente utilizzato solo il 2,7%.

Il lavoro da casa è un’opportunità ma c’è il rischio che il confine tra tempi di lavoro e tempi di vita diventi labile. Circa il 40% di chi lavora da casa (luogo principale o secondario) dichiara di essere stato contattato fuori dell’orario di lavoro almeno tre volte da superiori o colleghi nei due mesi precedenti; la quota arriva quasi al 50% tra chi usa la casa come luogo di lavoro occasionale.

Scrive per noi

Elena Leoparco
Elena Leoparco
Non sono una nativa digitale ma ho imparato in fretta. Social e tendenze online non smettono mai di stuzzicare la mia curiosità, con un occhio sempre vigile su rischi e pericoli che possono nascondersi nella rete. Una laurea in comunicazione e una in cooperazione internazionale sono la base della mia formazione. Help Consumatori è "casa mia" fin dal praticantato da giornalista, iniziato nel lontano 2012.

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