Bioplastica, Greenpeace: "gran parte finisce in discarica o in inceneritore"

Bioplastica, Greenpeace: "gran parte finisce in discarica o in inceneritore" (Fonte immagine: Pixabay)

Per Greenpeace la bioplastica non è sempre compostabile. Una nuova indagine, realizzata dall’associazione ambientalista, ha rilevato che “la maggior parte degli impianti in Italia non riesce a smaltirla”; pertanto – spiega l’associazione – “gran parte della plastica compostabile usa e getta, come bicchieri, piatti e posate, finisce in discarica o negli inceneritori”.

“In Italia – si legge nell’inchiesta – i prodotti monouso in plastica compostabile devono essere smaltiti insieme agli scarti alimentari, tuttavia, stando ai dati del Catasto rifiuti di ISPRA, il 63% della frazione organica è inviato a impianti che difficilmente riescono a smaltire le plastiche compostabili, che quindi finiscono per essere scartate. Il resto finisce in impianti di compostaggio che abitualmente operano con tempistiche troppo brevi per garantire la compostabilità”.

Bioplastica, la controversa questione dei prodotti monouso

Greenpeace richiama, quindi, l’attenzione sull’impatto ambientale dei prodotti monouso compostabili, “usa e getta”, e sulle recenti deroghe ed esenzioni introdotte dal governo nel recepimento della Direttiva europea sulle plastiche monouso (SUP).

“Per i prodotti in plastica destinati a entrare in contatto con gli alimenti (ad esempio piatti e posate), la legge italiana consente, infatti, di aggirare il divieto europeo ricorrendo ad alternative in plastica compostabile – spiega Greenpeace –. In base alla norma comunitaria, tuttavia, queste dovrebbero essere vietate al pari delle stoviglie realizzate con plastiche derivate da petrolio e gas fossile”.

“È assurdo che l’Italia continui a incentivare questi materiali – denuncia l’associazione ambientalista – siamo di fronte a un greenwashing di Stato, una truffa nei confronti della collettività”.

 

Plastica monouso

 

Le affermazioni di Assobioplastiche e Biorepack e la replica di Greenpeace

Non sono d’accordo Assobioplastiche e Biorepack, secondo cui – si legge su il Fatto Quotidiano (qui l’approfondimento completo) – le informazioni contenute nell’indagine di Greenpeace sono “frutto di un’indagine parziale e superficiale che mette sul banco degli imputati le bioplastiche compostabili, sfruttando le dichiarazioni di alcuni accademici e operatori dei riciclo”. Un approccio che hanno definito “pregiudiziale”.

E denunciano, in particolare, “un loro “mancato coinvolgimento” nell’indagine, in quanto “attori fondamentali della filiera industriale e del riciclo delle bioplastiche, nonché del CIC-Consorzio italiano dei compostatori”.

Greenpeace Italia risponde, quindi, alle obiezioni mosse dalle due associazioni e precisa: “È doveroso ricordare come la nostra inchiesta si basi sulle testimonianze di personalità accademiche che collaborano con prestigiose università italiane, di professionalità tecniche del settore e dei laboratori coinvolti nel rilascio delle certificazioni sulla compostabilità. Evidentemente, durante la lettura superficiale fatta da Assobioplastiche e Biorepack, è sfuggita la pluralità di competenze scientifiche che caratterizza l’inchiesta”.

L’associazione ambientalista ribadisce che “è lo spropositato ricorso al monouso il problema, indipendentemente dalla tipologia di materiale”. Un modello che, secondo Greenpeace, dovrebbe essere sostituito da altri sistemi più favorevoli allo sviluppo sostenibile e che mettano al centro prodotti “durevoli, lavabili e riutilizzabili”.

Sottolinea, inoltre, “come l’indagine abbia lo scopo di fare chiarezza sulle plastiche compostabili per preservare un’eccellenza italiana: quella della raccolta dei rifiuti organici che, nel pieno rispetto dell’economia circolare, ci consente di chiudere il cerchio per quel che riguarda la frazione umida” (qui la replica completa di Greenpeace).


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Scrive per noi

Francesca Marras
Mi sono laureata in Scienze Internazionali con una tesi sulle politiche del lavoro e la questione sindacale in Cina, a conclusione di un percorso di studi che ho scelto spinta dal mio forte interesse per i diritti umani e per le tematiche sociali. Mi sono avvicinata al mondo consumerista e della tutela del cittadino nel 2015 grazie al Servizio Civile. Ho avuto così modo di occuparmi di argomenti diversi, dall'ambiente alla cybersecurity e tutto ciò che riguarda i diritti del consumatore. Coltivo da anni la passione per i media e il giornalismo e mi piace tenermi sempre aggiornata sui nuovi mezzi di comunicazione. Una parte della mia vita, professionale e non, è dedicata al teatro e al cinema.

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