Bracconaggio

In Italia, dal 2009 al 2020, sono stati riscontrati oltre 35.500 illeciti contro la fauna selvatica, secondo i dati analizzati da Legambiente e ricevuti dalle Forze di Polizia. Ben 2.960 ogni anno, con una media di quasi 250 illeciti riscontrati ogni mese. A trent’anni dall’approvazione della legge n. 157/1992 – che tutela fauna selvatica omeoterma (mammiferi e uccelli) e disciplina l’attività venatoria – l’associazione ambientalista lancia il report “La tutela della fauna selvatica e il bracconaggio in Italia”.

Un documento che analizza la legge in questione e la sua genesi, ma anche l’attività e la popolazione venatoria e la piaga del bracconaggio.

Secondo quanto emerso dal report, gli illeciti riscontrati tra il 2009 e il 2020 hanno portato alla denuncia di oltre 21.600 persone, poco più di 1.800 ogni anno, con oltre 21.900 sequestri, oltre 1.800 ogni anno, e all’arresto di 175 persone. Il numero più alto di reati in questo periodo di tempo si è registrato nel Lazio (5.049 illeciti), in Lombardia (3.657) e Campania (2.937).

Attività venatoria e bracconaggio in Italia

Sono 48 le specie di mammiferi e uccelli cacciabili in Italia, in assoluto uno dei numeri più alti in tutta Europa, molto sopra la media europea che si ferma a 27 specie cacciabili.

Per quanto riguarda le aree dove vige il divieto di caccia e dove invece è consentito, Legambiente nel report sottolinea che la SAP, la superficie complessiva oggi destinata ad aree protette in Italia, in cui vige il divieto di caccia, è pari a 3,173 milioni di ettari, corrispondenti al 10,5% del territorio nazionale (dati MiTE ex MATTM, 2019) e pari a circa l’11,8% della SASP (Superficie Agro-Silvo Pastorale).

Tutte le Regioni italiane hanno destinato in toto il 15% della loro SASP, ossia complessivamente circa 4 milioni di ettari, a caccia privata, corrispondente al 13,27% del territorio nazionale. Il 73,2% della SASP, pari a circa 19,76 milioni di ettari, è destinato a caccia programmata, corrispondente al 65,58% del territorio nazionale.

I bracconieri – sottolinea l’associazione ambientalista – hanno quindi a loro disposizione il 90% del territorio italiano, composto da coste, pianure, colline e montagne, quella superficie agro-silvo-pastorale, che complessivamente supera i 270.000 chilometri quadrati (27 milioni di ettari). Un’area enorme in cui, considerando anche soltanto un potenziale del 5% di cacciatori praticanti e agricoltori/allevatori/boscaioli, si muovono 80.000 bracconieri. Ad oggi, inoltre, la maggior parte dei casi di criminalità nei confronti degli animali rimane sconosciuta e quindi impunita.

Le specie più a rischio

L’attività legata al bracconaggio – spiega Legambiente – si concentra, soprattutto, su piccoli passeriformi, ungulati, anatidi, richiami vivi e caccia senza attenzione alle regole. I piccoli passeriformi, dai turdidi ai fringillidi, dalle beccacce alle allodole, dal Trentino fino alla Sicilia vengono catturati piccoli nei nidi o adulti con reti, trappole e ogni altro mezzo, e poi venduti vivi, come richiami ai cacciatori italiani che ancor oggi ne possono far uso, o morti, per i ristoratori che offrono, ben pagati, piatti a base di uccellini.

Ogni anno, le stime più attendibili indicano da uno a due milioni di animali che finiscono in questo circuito, per un giro di affari che oscilla tra i 50 e i 70 milioni di euro.

 

attività venatoria e bracconaggio

 

Gli ungulati, cinghiali in primis ma anche caprioli, cervi e daini, vengono uccisi a fucilate o catturati con lacci o trappole e, senza alcun controllo sanitario, macellati e venduti ad agriturismi e trattorie di tutta la penisola. Ogni anno alcune centinaia di migliaia di animali vengono uccisi per alimentare questo circuito, per un giro di affari che oscilla tra i 70 e i 100 milioni di euro.

Gli anatidi sono un ambito trofeo di caccia e, di conseguenza, le postazioni (botti) da cui possono essere cacciati sono altrettanto ambite e profumatamente pagate. Il bottino, germani reali, moriglioni, alzavole, marzaiole, ma anche le specie minacciate come la moretta tabaccata, supera i 100.000 animali all’anno per un giro di affari, tra “affitto” delle botti e vendita degli animali uccisi ai ristoranti, compreso tra i 30 e i 50 milioni di euro.

Inoltre – prosegue l’associazione – molti cacciatori, soprattutto di Lombardia, Veneto, Toscana e Lazio, bramano, inoltre, di poter fare la caccia ai migratori senza limiti di carniere o di specie imposti dalla legge. All’estero e in alcune aree del Paese, come Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e nelle aree private (quindi difficilmente accessibili) nel Delta del Po, in particolare nelle province di Rovigo, Ferrara e Ravenna, vengono offerti pacchetti di “turismo venatorio” del tutto illegali, senza limiti di carniere o di specie. Ogni anno, per alimentare queste vacanze illegali vengono uccisi centinaia di migliaia di animali, per un giro di affari tra i 50 e i 100 milioni di euro.

Attività venatoria e bracconaggio, le proposte di Legambiente

Per Legambiente la legge n. 157/1992 risulta ormai “datata” e non più rispondente alle urgenze connesse con la crisi della biodiversità. In primo luogo – spiega l’associazione – la normativa tutela solo l’1,1% di tutte le specie animali presenti stabilmente o temporaneamente nel nostro territorio. Parliamo di 643 specie e sottospecie (comprese le specie di mammiferi e uccelli marini) protette, su un totale complessivo di 57.460 specie e sottospecie di animali selvatici noti per l’Italia. Inoltre non regolamenta le tante attività umane come agricoltura, forestazione e viabilità che hanno quotidiana relazione con la fauna selvatica omeoterma.

Un’altra criticità, secondo Legambiente, è rappresentata dal fatto che la legge delega la responsabilità della gestione attiva della fauna selvatica omeoterma alla caccia privata in oltre 4 milioni di ettari e, sostanzialmente, sempre ai cacciatori in altri 19 milioni di ettari destinati a caccia programmata, lasciando poco più di 3 milioni di ettari per la tutela della fauna gestiti da Enti pubblici.

Di fronte a questo quadro, nel complesso preoccupante, l’associazione ambientalista lancia oggi le sue proposte. Ribadisce in prima battuta l’urgenza di modificare la legge quadro per tutelare tutte le specie animali selvatiche, inserendo anche i delitti per gli illeciti contro gli animali selvatici nel codice penale, regolamentando la coesistenza con le tante attività umane che quotidianamente hanno relazione con la fauna selvatica; prevedendo, inoltre, adeguati strumenti e risorse affinché ciò si realizzi, compreso il rafforzamento del sistema sanitario veterinario per la prevenzione di zoonosi e patologie animali che possano avere pesanti ricadute sociali.

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