Crisi climatica, azione di Greenpeace a Roma (Foto Greenpeace)
Crisi climatica, azione di Greenpeace a Roma
Gli attivisti di Greenpeace presentano il conto della crisi climatica. Srotolato un enorme scontrino a Roma con un elenco di eventi climatici estremi per un conto di 5070 miliardi di euro
Oltre 5 mila miliardi di euro è il conto della crisi climatica e delle emissioni di anidride carbonica imputate alle principali compagnie petrolifere e del gas. Questa la stima di Greenpeace che oggi ha dato vita a un’azione in Piazza di Spagna a Roma, dove attiviste e attivisti hanno srotolato un enorme “scontrino” con un lungo elenco di eventi climatici estremi che si sono verificati negli ultimi 10 anni, dall’accordo di Parigi a oggi, e una stima dei costi che la collettività sta già pagando e pagherà. Il totale del conto presentato da Greenpeace supera la cifra di 5.000 miliardi di euro, pari al danno economico associato a sei delle più grandi aziende dei combustibili fossili al mondo.

Lo scontrino e l’analisi sul costo sociale del carbonio
Lo scontrino riporta 200 eventi climatici estremi e i loro costi. Ci sono anche eventi italiani, come l’alluvione in Emilia-Romagna del 2023. Secondo il nuovo rapporto Lancet Countdown on Health and Climate Change 2025, nel 2024 gli italiani sono stati esposti in media a 46 giorni di ondate di calore che hanno causato una perdita di 364 milioni di ore di lavoro potenziali, un record di 15 ore per persona.
Secondo l’analisi di Greenpeace sul costo sociale del carbonio (SCC) “le emissioni di anidride carbonica (CO₂) di sei grandi compagnie petrolifere e del gas (ExxonMobil, Chevron, Shell, BP, TotalEnergies ed ENI) nel periodo 2016-25 sarebbero in grado di causare circa 5.070 miliardi di euro di danni economici. La cifra – spiega l’associazione – stima i danni economici considerando gli impatti sulla salute e sulla sicurezza alimentare, i rischi legati all’innalzamento del livello del mare e degli eventi climatici estremi per tutto il periodo in cui la CO₂ resterà in atmosfera”. Secondo l’analisi, eseguita da scienziati indipendenti, “i danni associabili alle sole emissioni di Eni ammonterebbero a 460 miliardi di euro”.
Greenpeace ha chiesto anche una replica a Eni, che in una nota scrive: “Attribuire responsabilità economiche dirette alle imprese energetiche e tradurre le emissioni di CO₂ di un singolo operatore in un importo monetario univoco rappresenta, peraltro, un esercizio semplicistico e persino fuorviante, in quanto non tiene in considerazione né le scelte di consumo e gli usi individuali determinati dai comportamenti dei singoli, né il ruolo dei governi nella definizione delle politiche climatiche e nell’allocazione delle risorse necessarie alla transizione”. Per l’Eni, che “condivide l’importanza del contrasto al cambiamento climatico e continuerà a investire nella transizione energetica”, “la comunità scientifica non si è espressa in merito alla possibilità di imputare specificatamente a singole aziende, quote univoche del ‘costo climatico’ globale”.
“I grandi inquinatori devono pagare”
«È ora di cambiare le regole del gioco: i governi devono far pagare i grandi inquinatori e utilizzare i ricavi per supportare seriamente la transizione energetica e la sicurezza del territorio in cui viviamo – dichiara Simona Abbate di Greenpeace Italia – I leader mondiali hanno un’opportunità storica durante i due appuntamenti internazionali di novembre – la COP30 e i negoziati della Convention Fiscale Globale delle Nazioni Unite – per colmare il divario finanziario per il clima tassando le aziende fossili. Al governo italiano chiediamo di farsi portavoce di questa istanza di giustizia introducendo nella legge finanziaria una tassa per tutte quelle società che fanno profitti a danno delle persone, a partire dalle aziende del petrolio e del gas e da quelle delle armi».
La richiesta di tassare le grandi aziende inquinanti sarà al centro della partecipazione di Greenpeace Italia al prossimo Climate Pride, la mobilitazione nazionale per il clima che si terrà per le strade di Roma il 15 novembre nei giorni della COP30 di Belém.

