Caffè, la tazzina si sdoppia e la premium costa di più. Codici: serve trasparenza
Nei bar di autogrill, stazioni e aeroporti arriva la doppia versione del caffè: quello standard e quello 100% arabica, con la versione premium che costa di più. Codici: serve trasparenza su prezzi e qualità del caffè
Caffè normale e premium, qualità e prezzi (Foto Pixabay)
In bar, autogrill, stazioni e aeroporti arriva la versione doppia del caffè: quello standard e quello premium, o di qualità superiore, con una miscela 100% arabica rispetto a quella standard. E la versione premium, va da sé, costa di più. Tutto legittimo, è il mercato bellezza, ma quanto il sovrapprezzo è davvero compreso dai consumatori?
Caffè, il prezzo è giusto?
Sul prezzo del caffè si discute da tempo, dai rincari fino al tema del “prezzo giusto” per una tazzina di espresso che è, da sempre, molto più di una bevanda. È abitudine, rito sociale e in qualche modo identitario, punteggiatura della giornata di lavoro o pretesto per uscire da casa. Con gli aumenti della materia, è diventato quasi un lusso.
Su quale dovrebbe essere il prezzo giusto di un caffè – che a volte è troppo caro per il semplice motivo che non è fatto bene, a volte potrebbe costare di più per la qualità della miscela e del servizio – ci si esercita e non da ora. Quello che emerge oggi è la pratica di autogrill & Co di proporre due versioni del caffè espresso a prezzi differenti. Naturalmente uno è di qualità superiore, e la libertà di proporre prodotti diversi a prezzi diversi non è in discussione.
La questione viene rilanciata dall’associazione Codici e trae spunto da un approfondimento della testata specializzata Il Fatto Alimentare, che all’inizio di giugno raccontava lo sdoppiamento del caffè in autogrill – 1,50 euro quello normale, 2 euro quello “premium” con miscela 100% arabica – analizzando i costi al dettaglio delle diverse miscele di caffè.
Dall’analisi emerge che, a parità di dose utilizzata per una tazzina, circa 7 grammi, il maggior costo di una miscela arabica rispetto a una miscela standard si aggira solitamente intorno ai 10 centesimi. “Se il caffè “premium” costa 40 €/kg, i 7 grammi per una tazzina valgono 28 centesimi. Se la miscela è robusta il prezzo della materia prima scende a 17-18 centesimi. La differenza è nell’ordine di 10 centesimi, forse meno se il gestore acquista a condizioni migliori”, scrive il Fatto Alimentare. Ma il sovrapprezzo richiesto al consumatore al banco può arrivare a 50 centesimi, fino a 5 volte superiore rispetto all’effettivo incremento di costo della materia prima. Tutto questo mentre servizio, preparazione, tazzina, zucchero sono gli stessi.
“Si può anche sostenere che il caffè “premium” abbia un valore percepito diverso: il cliente che sceglie l’arabica o una miscela certificata non compra solo caffeina, ma un’idea di qualità, origine, sostenibilità e gusto superiore -si legge nell’analisi del Fatto Alimentare – Ma resta una domanda: basta tutto questo a giustificare un aumento del 33% sulla tazzina?”.
Il caffè e la trasparenza
Quello che viene venduto non è solo un diverso caffè ma è un valore percepito, un posizionamento di marketing, una versione premium che riflette il valore attribuito a quella tazzina. Ma tutto questo chiama in causa anche una questione di trasparenza. Più banalmente: quanto il consumatore distratto, che va di fretta o che non parla italiano comprenderà la differenza non di qualità ma di prezzo? È la questione che pone Codici quando si domanda quanto il sovrapprezzo sia giustificato e quanto invece possa rappresentare “ un margine aggiuntivo scaricato sul consumatore senza adeguata trasparenza”.
Per Codici si pone un problema di mancanza di chiara informazione.
“Troppo spesso il cliente non viene messo nelle condizioni di comprendere, prima di ordinare, che la sola parola “arabica” comporterà un aumento di prezzo significativo rispetto al caffè standard, con il rischio concreto che persone distratte, di fretta o non italofone si trovino a pagare un prezzo più alto senza averlo realmente scelto in modo consapevole”, spiega l’associazione.
Prezzo chiaro, prima dell’ordine
Da qui le parole del segretario nazionale Ivano Giacomelli: “Stiamo assistendo a una vera e propria speculazione ai danni dei consumatori, mascherata da un’apparente libertà di scelta. Non mettiamo in discussione il diritto di un bar a offrire prodotti di qualità diversa a prezzi diversi: è legittimo, ed è giusto che chi sceglie un caffè migliore paghi qualcosa in più. Quello che chiediamo è che il sovrapprezzo sia proporzionato e che il consumatore venga informato in modo chiaro, prima di ordinare, di quanto costerà davvero la sua scelta”.
“Quando una differenza di pochi centesimi nella materia prima – prosegue Giacomelli – si trasforma in un sovrapprezzo di 50 centesimi al banco, senza alcuna comunicazione trasparente al cliente, non si tratta più di libero mercato: è un meccanismo che approfitta della distrazione o della fretta delle persone per gonfiare i margini. La qualità ha un costo, e che questo va riconosciuto. Ogni aumento di prezzo, però, deve essere proporzionato, comprensibile e comunicato in modo onesto, affinché la scelta del consumatore sia realmente libera e consapevole”.
E affinché il caffè possa essere gustato in tutta la sua pienezza, consapevoli del gusto, della qualità e anche del prezzo che si è disposti a pagare.
