Pnrr e sviluppo sostenibile, Asvis: risultati, squilibri e sfide ancora aperte
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha ridotto quasi del 40% il divario dell’Italia rispetto agli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu. Ma gli investimenti restano disomogenei tra settori e territori e servono ulteriori risorse per raggiungere i target entro il 2030.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) ha rappresentato per l’Italia un’occasione senza precedenti per finanziare investimenti in settori chiave, come la transizione ecologica e digitale, l’istruzione, la sanità e la competitività delle imprese. Oltre allo stanziamento di risorse, il Piano ha introdotto anche un approccio innovativo nella pubblica amministrazione, incentivando la valutazione ex-ante delle politiche e il monitoraggio ex-post dei risultati.
A pochi mesi dalla scadenza del programma, è possibile iniziare a misurare in modo più sistematico l’impatto del Pnrr sul percorso di sviluppo sostenibile del Paese. In particolare, l’attenzione si concentra sul contributo del Piano al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.
Su questo tema si concentra il Rapporto “L’impatto del Pnrr sullo sviluppo sostenibile dell’Italia e dei suoi territori”, realizzato dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile Ets con il sostegno della Fondazione Enel, in qualità di knowledge partner, e di Unioncamere. Lo studio utilizza un modello di analisi originale per valutare in modo quantitativo il contributo delle misure finanziate dal Pnrr ai 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdgs).
Un progresso importante, ma non sufficiente
Secondo le stime elaborate dall’ASviS, il Pnrr ha consentito di colmare circa il 39% della distanza che l’Italia aveva nel 2021 rispetto ai 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030. Si tratta di un risultato rilevante, che dimostra come le politiche di investimento pubblico possano incidere concretamente sul progresso verso un modello di sviluppo più sostenibile.
Il dato, tuttavia, non è sufficiente per garantire il raggiungimento completo dei target fissati dalle Nazioni Unite entro la fine del decennio. Per centrare tutti gli obiettivi, il Rapporto stima infatti la necessità di circa 20 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi.
Una cifra significativa ma considerata sostenibile, a condizione che la programmazione economica nazionale venga aggiornata. In particolare, gli autori indicano come decisiva la revisione del Piano strutturale di bilancio approvato nel 2024, che potrebbe essere ricalibrato nel 2027 per includere le risorse necessarie al completamento del percorso verso l’Agenda 2030.
Investimenti concentrati in pochi ambiti
Un elemento critico evidenziato dall’analisi riguarda la distribuzione delle risorse del Pnrr tra i diversi ambiti dello sviluppo sostenibile. Gli investimenti risultano infatti fortemente concentrati in alcuni settori, mentre altri ricevono finanziamenti limitati o quasi assenti.
Le quote più consistenti del Piano sono destinate all’energia, all’innovazione e allo sviluppo delle città sostenibili. Si tratta di interventi coerenti con la doppia transizione – ecologica e digitale – che rappresenta uno dei pilastri strategici dell’intero programma europeo.
Molto più limitati risultano invece gli investimenti direttamente collegati ad altri obiettivi fondamentali dell’Agenda 2030, come la lotta contro la fame, la parità di genere, la riduzione delle disuguaglianze e la tutela degli ecosistemi marini e terrestri. Anche la cooperazione internazionale, altro pilastro dell’Agenda globale, riceve risorse marginali all’interno del Piano.
Questa distribuzione evidenzia come il Pnrr abbia privilegiato alcune dimensioni della sostenibilità – soprattutto quelle legate alla trasformazione economica e tecnologica – lasciando più scoperti gli ambiti sociali e ambientali più ampi.
Le differenze tra i territori
Il Rapporto mette inoltre in luce significative differenze territoriali nella distribuzione degli investimenti. Le risorse del Pnrr sono infatti influenzate dal contesto socioeconomico delle singole Regioni, dalle criticità presenti e dalle priorità individuate dalle politiche pubbliche.
Nel Mezzogiorno, ad esempio, dove il tasso di abbandono scolastico è più elevato rispetto alla media nazionale, si concentrano gli interventi destinati al rafforzamento del sistema educativo e al supporto di bambine, bambini e adolescenti. Altre misure, invece, presentano una distribuzione più uniforme su tutto il territorio nazionale, come nel caso dell’installazione di impianti per l’energia solare o dell’aumento delle borse di studio per i dottorandi.
L’analisi territoriale mostra inoltre quali Regioni beneficiano maggiormente degli effetti del Piano in termini di avanzamento verso l’Agenda 2030. Tra quelle che registrano i progressi più rilevanti figurano l’Abruzzo, le Marche e la Basilicata. All’estremo opposto si collocano invece la Provincia autonoma di Bolzano, la Liguria, la Provincia autonoma di Trento e l’Umbria.
Il fabbisogno di investimenti per il futuro
Per colmare il divario residuo verso gli Obiettivi di sviluppo sostenibile, il Rapporto individua anche i fabbisogni finanziari aggiuntivi necessari al raggiungimento di 11 dei 17 target dell’Agenda 2030.
Le risorse richieste variano sensibilmente tra le Regioni, anche in relazione alla dimensione demografica e al livello di sviluppo dei territori. Si passa da circa 30 milioni di euro necessari per la Valle d’Aosta e da 42 milioni per il Molise, fino a oltre tre miliardi di euro stimati per realtà molto più popolose come Lombardia e Lazio.
Queste stime indicano con chiarezza che il Pnrr ha rappresentato un passaggio fondamentale, ma non conclusivo, nel percorso verso uno sviluppo sostenibile. Il prossimo passo sarà trasformare l’esperienza del Piano in una strategia strutturale di lungo periodo, capace di integrare investimenti, politiche pubbliche e strumenti di monitoraggio per guidare l’Italia verso il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030.

