Cimitero dei feti, Garante Privacy multa Comune di Roma e Ama (Foto KoolShooters per Pixabay)

Cimitero dei feti, Garante Privacy multa Comune di Roma e Ama

I dati sull’interruzione di gravidanza sono dati di salute e la legge 194 prevede un rigoroso regime di riservatezza. Sul caso del cimitero dei feti arriva oggi la multa del Garante Privacy al Comune di Roma e ad Ama: non potevano riportare il nome delle donne che hanno affrontato un aborto sulla targhetta del feto sepolto

No, non si può riportare il nome delle donne che hanno affrontato un aborto sulla targhetta della sepoltura del feto. Contro il cimitero dei feti, e la pratica che ha visto scrivere su quelle targhe il nome e il cognome di donne che avevano affrontato un aborto, senza che loro sapessero nulla della sepoltura, arriva oggi anche la sanzione del Garante Privacy, che ha multato il Comune di Roma e l’Ama (la società che si occupa della gestione dei servizi cimiteriali) per aver diffuso i dati delle donne che avevano affrontato un’interruzione di gravidanza, indicandoli su targhette apposte sulle sepolture dei feti presso il Cimitero Flaminio. Ammonimento per la Asl Roma 1.

Cimitero dei feti, la sanzione del Garante Privacy a Campidoglio e Ama

“Non solo i dati sull’interruzione di gravidanza rientrano tra i dati relativi alla salute, di cui è vietata la diffusione, ma la legge 194 del 1978 prevede un rigoroso regime di riservatezza”, spiega il Garante Privacy.

La multa è di 176mila euro per Roma Capitale e di 239mila euro per Ama, sanzionate per aver diffuso i dati delle donne che avevano affrontato un’interruzione di gravidanza, indicandoli su targhette apposte sulle sepolture dei feti presso il Cimitero Flaminio. Ammonimento invece per la Asl Roma 1 che aveva trasmesso la documentazione con i dati delle donne ai servizi cimiteriali.

La vicenda risale all’ottobre del 2020, quando era emerso il caso del “cimitero dei feti” con il nome delle donne che avevano effettuato un’interruzione di gravidanza e non avevano mai dato il consenso alla sepoltura del feto sotto il proprio nome. Secondo la disciplina di riferimento, spiega il Garante Privacy, i “prodotti del concepimento” di età inferiore alle 20 settimane possono essere sepolti solo su richiesta dei “genitori”, mentre la sepoltura è sempre prevista per i “nati morti”. Per i “prodotti abortivi”, invece, la sepoltura viene comunque disposta dalla struttura sanitaria dopo 24 ore, anche senza richiesta dei genitori.

Dall’istruttoria del Garante è emerso che la diffusione illecita è stata originata da una comunicazione di dati effettuata in violazione del principio di minimizzazione.

“La Asl RM 1 aveva trasmesso ai servizi cimiteriali la documentazione con i dati identificativi delle donne – spiega il Garante – Le informazioni erano state poi riportate nei registri cimiteriali (determinando potenzialmente la possibilità di estrarre l’elenco di chi aveva effettuato un‘interruzione di gravidanza in tutte le strutture ospedaliere del territorio) e sulle croci, nonostante la normativa specifica preveda che, per l’apposizione della targhetta sul cippo, le informazioni da indicare siano quelle del defunto; quindi tali informazioni non possono in alcun modo essere assimilate a quelle che riguardano le donne che hanno avuto una interruzione di gravidanza”.

Il Garante ha multato Roma Capitale e Ama e ha ordinato all’Azienda sanitaria di non riportare più le generalità “in chiaro” sulle autorizzazioni al trasporto e alla sepoltura e sui certificati medico legali. Ha inoltre indicato alla Asl alcune misure, come l’oscuramento dei dati identificativi delle donne o la cifratura dei dati, che possono garantire la possibilità di individuare con certezza il prodotto del concepimento e il luogo della sua sepoltura, senza consentire, in modo diretto, di risalire all’identità della donna. Nell’ottica del principio di responsabilizzazione, la scelta e l’adozione delle misure compete in ogni caso alla Asl, che è tenuta a comunicarle al Garante entro 60 giorni.

Il caso del cimitero dei feti al Flaminio

La pesante vicenda del cimitero dei feti al Flaminio di Roma è emersa nell’ottobre 2020, quando una donna ha denunciato attraverso il suo profilo Facebook di aver scoperto l’esistenza di una croce col proprio nome, con la data della sua interruzione terapeutica di gravidanza. Nessun consenso era stato dato per quella targa.

L’associazione Differenza Donna, racconta Vanity Fair, si è occupata da subito della vicenda, una vera e propria violenza contro numerose donne che hanno scoperto il loro nome nel “cimitero dei feti” allestito al Flaminio. Queste le parole consegnate a Vanity Fair lo scorso maggio dalla presidente di Differenza Donna Elisa Ercoli: «Dopo il sopralluogo al Flaminio ne abbiamo parlato sui nostri canali social e questo ha portato un centinaio di donne a contattarci, sconvolte perché con una semplice telefonata al servizio cimiteriale romano avevano scoperto che esisteva una croce con il loro nome al cimitero. Donne che avevano vissuto un’interruzione volontaria di gravidanza o un aborto terapeutico e che non sapevano nulla di questa storia. Le abbiamo poi incontrate e tutte si sono dette concordi nel non sentirsi rispettate, dal punto di vista umano ma nemmeno religioso. Anche le cattoliche, che pure non erano ovviamente la totalità, hanno espresso questo sentimento».

L’associazione ha ottenuto di far cambiare il regolamento della polizia mortuaria di Roma, «che ora prevede regole più stringenti e ha disposto la cancellazione dei nomi delle donne sulle croci, sostituiti quando queste danno il consenso alla sepoltura, solo con un codice alfanumerico».

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