Armani, multa Antitrust da 3 milioni e mezzo di euro (Foto ALENA MARUK per Pexels)

Le dichiarazioni etiche e di responsabilità sociale di Armani sulla filiera produttiva di borse e accesso in pelle non sono veritiere. È quanto deciso dall’Antitrust, che ha multato due società del gruppo Armani per 3 milioni e mezzo di euro per pratica commerciale ingannevole. Le due società, Giorgio Armani S.p.A. e G.A. Operations S.p.A., avrebbero usato una comunicazione ingannevole. Da un lato hanno enfatizzato la loro attenzione alla sostenibilità e alla responsabilità sociale anche verso i lavoratori; dall’altro avrebbero esternalizzato gran parte della produzione di borse e accessori a fornitori e subfornitori, fra i quali sono state trovate irregolarità nella sicurezza e impiego di lavoro in nero.

Sotto accusa le dichiarazioni etiche di Armani

Le due società di Armani, scrive l’Antitrust, “hanno diffuso dichiarazioni etiche e di responsabilità sociale ingannevoli in contrasto con le effettive condizioni di lavoro riscontrate presso fornitori e subfornitori cui è stata esternalizzata larga parte della produzione di borse e accessori in pelle a marchio Armani”.

Per l’Antitrust “le società hanno reso dichiarazioni etiche e di responsabilità sociale non veritiere e presentate in modo non chiaro, specifico, accurato e inequivocabile”. Le dichiarazioni sono presenti nel Codice Etico delle società, in documenti pubblicati sul sito Armani Values (www.armanivalues.com) e sul sito Armani (www.Armani.com) in cui è presente un link che rimanda al sito Armani Values. L’Antitrust spiega che Armani Values “è il sito attraverso il quale Armani si presenta: è evidente dal nome stesso di tale sito come Armani intenda presentarsi identificandosi con determinati valori (i “values”) e le informazioni sull’azienda coincidono con le informazioni sulla sostenibilità”.

Nel provvedimento l’Antitrust scrive che “è stata una libera scelta imprenditoriale di Armani quella di dare notevole enfasi al proprio impegno etico-sociale”. Così come “è stata una libera scelta imprenditoriale anche quella di aver al tempo stesso esternalizzato a un numero altissimo di fornitori e subfornitori [larghissima parte] della produzione dei propri articoli, a fronte di strutture e infrastrutture aziendali evidentemente sottodimensionate rispetto a tale ampiezza della filiera, con le difficoltà e le criticità che ne sono conseguite nel gestirla e controllarla”.

L’Antitrust spiega dunque che dall’attività istruttoria è emerso che, da un lato, le società hanno enfatizzato la loro attenzione alla sostenibilità – in particolare alla responsabilità sociale, anche nei confronti dei lavoratori e della loro sicurezza – che è diventata uno strumento di marketing utilizzato per rispondere alle crescenti aspettative dei consumatori. L’Antitrust fa riferimento anche ad alcuni documenti acquisiti nel corso delle ispezioni, da cui emerge l’obiettivo di “aumentare la percezione positiva del brand dal punto di vista della sostenibilità … e dal punto di vista commerciale … portare il cliente a fare acquisti consapevoli anche dei ‘valori’ veicolati attraverso i nostri prodotti”.

Sicurezza dei lavoratori a rischio

Dall’altro lato, spiega l’Antitrust, le società hanno scelto di “esternalizzare larga parte della propria produzione di borse e accessori in pelle a fornitori che, a loro volta, si sono avvalsi di subfornitori. Presso questi ultimi, in diversi casi, è emerso che erano stati rimossi i dispositivi di sicurezza dai macchinari per aumentarne la capacità produttiva, in tal modo ponendo a grave rischio la sicurezza e la salute dei lavoratori. Inoltre, le condizioni igienico-sanitarie non erano adeguate, mentre i lavoratori erano spesso impiegati totalmente o parzialmente in “nero”.

In questo contesto, conclude l’Autorità, “è evidente che il rispetto dei diritti e della salute dei lavoratori non è risultato corrispondente al tenore delle dichiarazioni etiche e di responsabilità sociale diffuse da Giorgio Armani S.p.A. e G.A. Operations S.p.A.”.

L’Antitrust spiega ancora che “la consapevolezza di tale situazione gravemente lesiva dei lavoratori che producevano borse e accessori in pelle a marchio Armani è con evidenza provata anche dal fatto che, durante un’ispezione di Polizia Giudiziaria, era presente un dipendente di G.A. Operations preposto al controllo della qualità delle lavorazioni, il quale ha dichiarato di “recarsi mensilmente presso quel laboratorio da circa sei mesi”. Infine, in un documento interno alla Giorgio Armani S.p.A. del 2024, precedente all’apertura della procedura di amministrazione giudiziaria richiesta dalla Procura della Repubblica di Milano, si afferma addirittura che “nella migliore delle situazioni riscontrate, l’ambiente di lavoro è al limite dell’accettabilità, negli altri casi, emergono forti perplessità sulla loro adeguatezza e salubrità”.

Armani: impugneremo la decisione dell’Autorità

Armani fa sapere che impugnerà la decisione dell’Antitrust. Come si legge in una nota, “Giorgio Armani S.p.A. accoglie con amarezza e stupore la decisione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM)” a conclusione del procedimento avviato a luglio dello scorso anno.

“La decisione dell’AGCM – scrive l’azienda – non tiene infatti in alcuna considerazione il decreto con cui il Tribunale di Milano ha revocato, anticipatamente, l’amministrazione giudiziaria di GAO, riconoscendole che, una volta analizzato approfonditamente i sistemi di controllo e vigilanza utilizzati da tempo dal Gruppo Armani nei confronti della filiera “il risultato di eccellenza cui si ritiene essere pervenuta la Società è stato reso possibile – in un arco temporale contenuto – proprio in considerazione del fatto che al momento dell’applicazione della misura esistevano già sistemi di controllo della supply chain strutturati e collaudati”. Inoltre, durante tutta l’istruttoria, durata un anno, Armani ha risposto a tutte le richieste dell’Autorità senza tuttavia avere la possibilità di instaurare un rapporto costruttivo finalizzato a far comprendere compiutamente le ragioni della propria posizione”.

Armani annuncia che “la decisione verrà quindi impugnata davanti al TAR, nella certezza di aver sempre operato con la massima correttezza e trasparenza nei riguardi dei consumatori, del mercato e degli stakeholder, così come dimostrato dalla storia del Gruppo”.

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