Legambiente: zone umide a rischio per la crisi climatica e l'innalzamento del Mediterraneo (Foto di Petra da Pixabay)
Legambiente: zone umide a rischio per la crisi climatica e l’innalzamento del Mediterraneo
Legambiente presenta il focus “Ecosistemi acquatici 2025” in vista della Giornata mondiale delle Zone Umide. Tra gli “Osservati speciali” in Italia: Delta del Po, Lago Trasimeno, Lago di San Giuliano (MT) e Lago di Pergusa (EN)
La crisi climatica minaccia il futuro delle zone umide e degli ecosistemi acquatici: ne parla Legambiente nel suo focus “Ecosistemi acquatici 2025“, che raccoglie i dati più recenti di studi internazionali e nazionali e i contributi dei circoli territoriali, a pochi giorni dalla Giornata mondiale delle Zone Umide (2 febbraio).
Pesa in primo luogo l’innalzamento del livello del Mediterraneo, che – spiega l’associazione ambientalista – potrebbe portare alla sparizione di ampi tratti di costa che ospitano zone umide, come le lagune costiere alto-adriatiche (Delta del Po, Laguna di Venezia, Lagune di Grado-Marano e Panzano), il Golfo di Cagliari, la costa fra Manfredonia e Margherita di Savoia. E pesa l’aumento di frequenza e intensità di periodi di siccità, che nel 2024 hanno messo in ginocchio soprattutto il sud Italia, la Pianura Padana e diverse aree fra Toscana, Umbria e Marche.
Le zone umide più a rischio
Nel focus Legambiente individua, quindi, le zone umide più a rischio a causa dell’impatto della crisi climatica. Troviamo il Delta del Po (Veneto-Emilia-Romagna), che nel 2022 ha registrato il peggior periodo di magra idrologica e che deve fare i conti anche con l’innalzamento del livello del mare, che sta provocando l’inquinamento delle falde acquifere da acqua salata (risalita del cuneo salino), con gravi ripercussioni sulla biodiversità, sull’agricoltura e sull’approvvigionamento idrico di intere comunità.
Anche il Lago Trasimeno (Umbria) è considerato una delle zone più a rischio: nell’estate 2024 ha visto ridurre del 40% la piovosità, con relativa diminuzione dei livelli delle falde e delle portate delle sorgenti, inferiori ai valori medi. In Basilicata, il Lago di San Giuliano (MT) nel 2024 ha registrato una riduzione dei volumi d’acqua del 60-70%. In Sicilia, il Lago di Pergusa (EN) durante la scorsa estate si è completamente prosciugato.
Altro ”osservato speciale”, nel Lazio, sono le “piscine naturali” della Tenuta Presidenziale di Castelporziano (RM), che dal 2000 hanno perso già il 43% di questi importanti invasi d’acqua naturali chiusi.
Le richieste di Legambiente
Ricordando i ritardi dell’Italia nell’applicazione della Strategia dell’UE sulla Biodiversità per il 2030 e della Nature Restoration Law, Legambiente chiede, quindi, al Governo “un serio impegno, non solo nella messa a punto di risorse economiche e interventi su prevenzione, mitigazione e adattamento alla crisi climatica, ma anche nella protezione e nel ripristino degli ecosistemi acquatici e delle zone umide“.
Tre le priorità indicate dall’associazione ambientalista: tutela del 30% degli ecosistemi acquatici e delle zone umide e protezione del 10% in maniera rigida entro il 2030, accelerando l’istituzione di nuovi parchi e riserve fluviali, a partire da quelli già previsti da leggi nazionali e regionali; gestione unitaria tra le aree naturali protette e la rete Natura 2000, affidando la gestione dei siti fluviali della Rete natura 2000 ai parchi e alle riserve esistenti; ripristino almeno del 20% degli ecosistemi acquatici degradati, dando priorità a interventi Nature-based Solutions.
Inoltre, Legambiente chiede al Governo di “non sprecare il “secondo tempo” della COP 16 (a Roma dal 25 al 27 febbraio) per arrivare ad un accordo sul finanziamento della protezione della natura nei Paesi poveri e, più in generale, su come mobilitare le risorse finanziarie per la biodiversità, per una piena ed efficace attuazione degli obiettivi di Kunming-Montreal (COP 15)”.

