Legge sulla caccia, oltre 400 mila firme contro la riforma (Foto Krivec Ales per Pexels)
Legge sulla caccia, oltre 400 mila firme contro la riforma
Fondazione Capellino, Legambiente, Lipu e WWF Italia hanno raccolto oltre 400 mila firme per chiedere di fermare la riforma della legge sulla caccia
Oltre 400 mila firme per chiedere di fermare la riforma della legge sulla caccia. In nome di una maggiore sicurezza e della tutela di cittadini e natura insieme. Nei giorni scorsi le firme sono state simbolicamente consegnate al Parlamento durante una conferenza stampa a Palazzo Madama che ha riunito Fondazione Capellino Legambiente, WWF Italia e Lipu. Le petizioni sono state promosse per fermare le proposte di modifica della legge 157/92 sulla tutela della fauna e la caccia, considerate peggiorative.
La proposta è quella di ritirare il disegno di legge AS 1552, noto come “disegno di legge Malan” che contiene la riforma della legge sulla caccia, in nome della difesa della natura, della biodiversità e della sicurezza stessa dei cittadini.
Caccia, no a nuove specie e stop a pratiche crudeli
Le petizioni lanciate dalle quattro associazioni hanno raccolto oltre 400 mila firme.
Le richieste avanzate al Parlamento sono quelle di
- non estendere la caccia a nuove specie ed escludere dalla lista delle cacciabili le specie in cattivo stato di conservazione;
- vietare le pratiche più crudeli, come la cattura di uccelli selvatici e l’uso dei richiami vivi;
- garantire la centralità della scienza indipendente e del principio di precauzione;
- rafforzare la tutela della biodiversità nel rispetto dei cicli biologici e della Costituzione;
- dare maggiore sicurezza ai cittadini che vivono e frequentano le aree periurbane, rurali e montane.
Le attuali proposte, denunciano le associazioni, allentano invece la protezione della fauna e vanno in conflitto con gli stessi principi costituzionali. La riforma dell’articolo 9 della Costituzione ha infatti inserito la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i principi fondamentali della Repubblica.
Sicurezza dei cittadini e tutela della biodiversità
“Non è uno scontro ideologico – dichiarano Fondazione Capellino, Legambiente, LIPU e WWF Italia – In gioco ci sono la sicurezza dei cittadini, la tutela della biodiversità, la qualità dei territori e il futuro, anche economico, delle aree rurali e montane, sempre più legato a un turismo sostenibile e alla valorizzazione del patrimonio naturale. Il Parlamento apra un confronto serio, trasparente e fondato sull’interesse generale. Perché la natura è un patrimonio comune e la sicurezza delle persone viene prima di tutto.”
Le associazioni chiedono dunque di cestinare il ddl Malan concentrandosi su altre esigenze, che comprendono il divieto di caccia ad almeno 300 metri da abitazioni, strade carrozzabili, poderali e interpoderali, sentieri escursionistici e aree ad alta frequentazione turistica e lo stop alla caccia nei giorni di maggiore fruizione collettiva (come i fine settimana e le festività) e nei periodi di alta stagione turistica.
Insieme a questo, la richiesta è di introdurre l’obbligo di giubbotti ad alta visibilità e sistemi di tracciabilità digitale durante l’attività venatoria e di destinare una quota significativa delle tasse di concessione venatoria al Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari dell’Arma dei Carabinieri per potenziare personale e mezzi e favorire più controlli.
“Più trasparenza e controlli – informano le associazioni – significano meno conflitti, più legalità e maggiore tutela anche per chi esercita l’attività venatoria nel rispetto delle regole”.
Lo sguardo è poi rivolto ai cambiamenti sociali e turistici. Nel 2024, secondo Federturismo, 9,3 milioni di italiani hanno scelto il trekking come principale motivo di vacanza. Il turismo outdoor è sempre più diffuso, sono in forte crescita escursionismo, cicloturismo, turismo naturalistico e frequentazione delle aree rurali e montane.
“In questo contesto, ampliare specie cacciabili, periodi e spazi di caccia – anche in aree demaniali, boschi, foreste, spiagge, valichi montani e aree protette – aprendo in maniera incontrollata alla presenza di cacciatori stranieri, appare non solo anacronistico ma fortemente in contrasto con l’evoluzione sociale ed economica del Paese reale – spiegano le associazioni – La convivenza tra attività outdoor e uso di armi da fuoco negli stessi territori necessita oggi di più regole, più chiarezza e più prevenzione del rischio, non di un arretramento e allentamento delle tutele”.

