(Foto di Tung Nguyen da Pixabay)
Servizio Sanitario Nazionale, Gimbe: una lenta agonia tra tagli e privato
Il Rapporto Gimbe denuncia la riduzione delle risorse e l’aumento delle spese a carico delle famiglie, con il rischio che la salute diventi un privilegio per pochi.
Secondo l’ottavo Rapporto Gimbe, negli ultimi tre anni il Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) ha subito perdite per 13,1 miliardi di euro, mentre 41,3 miliardi sono stati a carico delle famiglie.
La conseguenza è che un italiano su dieci ha dovuto rinunciare alle cure, nonostante l’Italia si collochi al secondo posto in Europa per numero di medici, rimanendo però indietro sul fronte degli infermieri.
Ritardi nel PNRR e nelle case della comunità
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) registra gravi ritardi: solo il 4,4% delle case della comunità è pienamente operativo. Nonostante l’aumento del Fondo Sanitario Nazionale (FSN) di 11,1 miliardi tra il 2023 e il 2025, la percentuale del FSN sul PIL è diminuita dal 6,3% del 2022 al 6% del 2023, attestandosi al 6,1% nel biennio 2024-2025.
Il rischio crescente del privato
“Assistiamo a un lento ma inesorabile smantellamento del Ssn, che apre inevitabilmente la strada a interessi privati”, avverte Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. L’impatto riguarda milioni di cittadini costretti a rinunciare alle cure, famiglie gravate da spese insostenibili e personale demotivato che lascia la sanità pubblica.
Cartabellotta sottolinea che la mancanza di una visione politica chiara e riforme strutturali ha prodotto aumento delle disuguaglianze, riduzione dell’accesso ai servizi e rischio di indebitamento per il futuro. La salute, un tempo bene comune, rischia di diventare un privilegio per pochi.
La scelta politica necessaria
La salvezza del Servizio Sanitario Nazionale richiede una convergenza di sforzi tra Governo, Regioni e Asl: le risorse devono trasformarsi in servizi accessibili e di qualità. “Il futuro del Ssn si gioca su una scelta politica netta: considerare la salute un investimento strategico o continuare a trattarla come un costo da comprimere”, conclude Cartabellotta.

