Transizione energetica

Rallentare la transizione energetica delle imprese partecipate dallo Stato non è solo una scelta politica: è un fattore che aumenta i costi per la collettività, riduce il ritorno degli investimenti pubblici e amplifica i rischi finanziari. Queste sono state alcune delle questioni al centro dell’evento co-organizzato da ECCO, il think tank italiano per il clima, e dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), ospitato alla Camera dei Deputati dal Vicepresidente Sergio Costa.

Il tema è particolarmente attuale in vista delle nomine governative previste ad aprile per i vertici di grandi gruppi a partecipazione pubblica come Enel, ENI, Terna e Snam. Aziende che controllano infrastrutture strategiche e rappresentano un nodo cruciale tra politica industriale, finanza pubblica e interesse collettivo.

Governance pubblica e interesse collettivo

Secondo Matteo Leonardi, direttore e co-fondatore di ECCO, è fondamentale rafforzare i meccanismi di governance delle imprese partecipate, orientandole verso investimenti coerenti con la transizione energetica. Un approccio che non serve solo a gestire i rischi economico-finanziari legati al clima, ma anche a garantire che l’interesse pubblico prevalga sulle logiche di breve periodo.

Il dibattito ha evidenziato come il contesto internazionale e le tensioni geopolitiche non possano giustificare il prevalere di interessi particolari sulle strategie di lungo periodo dello Stato, che per sua natura deve agire nell’interesse della collettività.

Il rischio degli stranded asset e i costi per i cittadini

Le strategie industriali ancora incentrate sulle infrastrutture fossili comportano un rischio crescente di stranded asset, ovvero investimenti destinati a perdere valore prima del termine della loro vita utile. Questo fenomeno non si traduce solo in perdite per le aziende, ma anche in costi per la collettività, ad esempio attraverso l’aumento delle bollette energetiche.

In questo scenario, la governance pubblica non può limitarsi alla profittabilità di breve periodo, ma deve puntare a sicurezza energetica, riduzione dei costi e raggiungimento degli obiettivi climatici.

I Piani di Transizione rappresentano uno strumento chiave per misurare i rischi legati alle fonti fossili e valutare la credibilità delle strategie aziendali di mitigazione. Essi possono orientare le decisioni di investitori e decisori pubblici verso soluzioni coerenti con la transizione energetica, evitando che i ritardi si traducano in costi maggiori per cittadini e imprese.

Italia in ritardo, imprese pubbliche decisive

Enrico Giovannini, cofondatore e direttore scientifico dell’ASviS, ha ricordato come l’Italia sia in ritardo sugli obiettivi della transizione ecologica e presenti ancora un’elevata dipendenza energetica dall’estero, con costi elevati per famiglie e imprese. In questo contesto, il ruolo delle imprese pubbliche partecipate è considerato insostituibile per trainare l’intero sistema economico verso una maggiore sostenibilità.

La riforma costituzionale del 2022 ha rafforzato il mandato dello Stato nel guidare l’attività economica verso finalità di tutela ambientale e interesse collettivo, anche in un’ottica intergenerazionale. Un principio che rende la transizione energetica non solo un obiettivo politico, ma un dovere istituzionale.

Una transizione governata per ridurre i rischi sistemici

Nel suo intervento, Sergio Costa ha sottolineato come le imprese partecipate dallo Stato occupino una posizione decisiva nel sistema economico nazionale. Rinviare la transizione, ha avvertito, non elimina i rischi, ma li amplifica. Una transizione governata, invece, è meno costosa e più efficace di una transizione subita.

Anche Livio Stracca, vicedirettore generale della Banca Centrale Europea, ha evidenziato come il ritardo nella transizione verde esponga l’economia europea a rischi climatici crescenti, mettendo in pericolo la stabilità finanziaria e la competitività del continente

Incoraggiare un numero crescente di imprese ad adottare piani di transizione credibili ed efficaci è oggi una priorità. In questo senso, le prossime nomine ai vertici delle imprese partecipate rappresentano una leva strategica per orientare il sistema produttivo verso un futuro più sostenibile, competitivo e resiliente.

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