Ridurre il consumo di carne, in corso la #MeatFreeWeek del WWF
Il WWF lancia la settimana di sensibilizzazione per ridurre il consumo di carne a favore di un’alimentazione più sostenibile sia per il pianeta che per la salute e la sicurezza alimentare
Ridurre il consumo di carne, in corso la #MeatFreeWeek (Foto Pixabay)
Non serve essere vegani per ridurre il consumo di carne. Con tutta quella soia, per parafrasare un’immagine usata dal WWF, sono gli allevamenti che stanno distruggendo le foreste. La scelta di un’alimentazione che riduca il consumo di carne per tutelare salute umana e ambiente è promossa da più parti e da tempo. E il WWF per questa settimana ha lanciato la campagna social #MeatFreeWeek, una settimana di sensibilizzazione “a favore di un’alimentazione più sostenibile”, in corso fino al 30 gennaio.
L’associazione invita cittadini, scuole, aziende e istituzioni a sperimentare un’alimentazione più vegetale, come scelta di tutela per il pianeta (leggi deforestazione e impatto degli allevamenti intensivi) ma anche per la salute e la sicurezza alimentare. L’iniziativa rientra nell’ambito di Veganuary, il mese del vegetarianesimo che cade a gennaio.
Gli allevamenti intensivi fra inquinamento e fragilità
Uno dei problemi della produzione di carne sono gli allevamenti intensivi, predominanti su scala globale. Da essi proviene fino all’80% della carne consumata in Italia. Il sistema attuale di produzione di carne ha molteplici impatti sugli ecosistemi di tutto il mondo, anche perché milioni di ettari di habitat naturale sono trasformati in campi agricoli per produrre mangimi, soia e mais, destinati agli allevamenti. Secondo il World Resources Institute, la distruzione di foreste e savane tropicali colpisce in modo significativo Paesi ad altissima biodiversità, soprattutto in Sud America, come Brasile e Argentina. A livello globale, afferma il WWF, oltre 200 milioni di ettari di suolo agricolo sono oggi destinati alla produzione di mangimi.
Il sistema di produzione della carne è fragile e concentra gli animali in allevamenti intensivi ed energivori, che usano grandi quantità di mangimi importati spesso a basto costo e di farmaci.
La vulnerabilità
Spiega Eva Alessi, Responsabile Sostenibilità del WWF Italia: “L’alta densità degli animali negli allevamenti favorisce la diffusione di malattie e l’uso massiccio di antibiotici, incrementando il rischio di antibiotico-resistenza, una delle principali minacce alla salute globale secondo l’OMS”.
Il sistema è vulnerabile per la riduzione della diversità genetica, è suscettibile agli effetti di eventi estremi, rende fragile la sicurezza alimentare stessa.
“Per questo – dice Alessi – ogni pasto conta: ridurre il consumo di carne, uova e latticini aiuta diminuire la pressione su biodiversità ed ecosistemi, migliorare il benessere animale e contribuire alla lotta alla crisi climatica, privilegiando quando si scelgono prodotti animali quelli biologici e provenienti da allevamenti agroecologici locali”.
Anche l’Italia è parte del modello intensivo. Negli ultimi decenni, il numero degli allevamenti nel Paese è diminuito, ma quelli rimasti sono diventati sempre più grandi e intensivi. La concentrazione di migliaia di animali in pochi grandi impianti aumenta le conseguenze negative sull’ambiente, su aria, acqua e suolo, e peggiora il benessere animale. Una rete di sigle (WWF, Terra!, Greenpeace Italia, Lipu e ISDE – Medici per l’ambiente) ha lanciato la proposta di legge “Oltre gli allevamenti intensivi – Per una transizione agroecologica della zootecnia”. La richiesta alla politica è di avviare l’iter legislativo della proposta.
Da dove viene la carne?
La necessità di ridurre il consumo di carne rimanda poi a una filiera considerata opaca.
Oggi, spiega il WWF, “circa il 90% dei prodotti animali nella grande distribuzione non possiede informazioni chiare e comparabili sulle condizioni di allevamento, rendendo difficile per i consumatori orientare le proprie scelte di acquisto”.
Attualmente, spiega il WWF, il 60% della carne bovina consumata in Italia proviene da Paesi UE come Francia, Polonia, Olanda, Spagna e Germania. Dal Brasile arriva soprattutto carne bovina congelata. Nel settore suinicolo le importazioni sono circa del 40%. Le produzioni europee e nazionali dipendono però dai mangimi di importazione, soprattutto soia e cereali destinati all’alimentazione animale, che vengono soprattutto dal Sud America. E sono dunque connesse a fenomeni di deforestazione.
Altro aspetto critico è poi quello della nazionalità della carne.
“Questa interdipendenza delle filiere rende particolarmente fragile l’idea di un’origine “nazionale” del prodotto – spiega il WWF – È infatti facile poter trovare prodotti che noi tutti percepiamo di origine nazionale, ma che, in realtà, provengono da filiere internazionali, anche extra-europee. Molto spesso, se si controlla in etichetta si legge: “Origine carne: extra UE”, soprattutto per numerosi prodotti freschi e trasformati, come hamburger e macinati, polpette pronte, preparazioni per ragù e molte carni trasformate (nuggets, cotolette, bastoncini di carne, kebab, spiedini pronti)”.
Se manca la dicitura “origine Italia”, la carne non lo è quasi mai. E in etichetta non si può sapere se la carne importata viene da aree deforestate.
Nel frattempo, il cambiamento è iniziato. Lo dice anche lo stile di vita alimentare, che nel 2024 ha visto milioni di famiglie acquistare prodotti alternativi alla carne, plant based, per un mercato che ha superato i 639 milioni di euro.
