Shrinkflation, da oggi le nuove regole. Codacons: il nuovo rischio è la riduzione della qualità
Da oggi entrano in vigore le nuove norme contro la shrinkflation, la pratica di ridurre la quantità dei prodotti a parità di prezzo. Ci sarà un obbligo informativo lungo la filiera, con avvisi nei punti vendita nel caso di prodotti con sgrammatura. Codacons: norme poco incisive, ora il rischio è la skimpflation, la riduzione della qualità senza sconti sul prezzo
Shrinkflation, da oggi nuove norme (Foto Christian Naccarato per Pexels)
Da oggi entrano in vigore le nuove norme contro la shrinkflation, quella pratica che consiste nella riduzione della quantità di un prodotto nelle confezioni, mantenendo il prezzo invariato (o addirittura aumentandolo). Salvo imprevisti dell’ultima ora, scade infatti oggi il termine entro cui l’Unione Europa può contestare le misure proposte dal governo. Le nuove norme si traducono in un obbligo informativo lungo la filiera, che riguarda distributori e rivenditori.
In pratica ci sarà una comunicazione standardizzata che dovrà avvisare i clienti, nel punto vendita o sui canali ecommerce, attraverso avvisi o cartelli, della riduzione della quantità di prodotto nella nuova confezione, per un periodo di tre mesi dalla messa in vendita del prodotto soggetto a “sgrammatura” o riporziorzionamento. Le nuove norme sono diverse da quelle che in origine erano state previste perché non c’è più l’obbligo di inserire un’etichetta sui prodotti oggetto di shrinkflation, con quantità inferiori rispetto a quelle del passato.
I rilievi dell’Europa
Come ricorda il Fatto Alimentare, l’iter della misura è stato travagliato. Doveva entrare in vigore il 1° aprile 2025 ma è stata bloccata dai rilievi della Commissione europea. “La Commissione, inoltre, aveva ritenuto sproporzionato l’obbligo di inserire in etichetta per sei mesi la dicitura “Questa confezione contiene un prodotto inferiore di X (unità di misura) rispetto alla precedente quantità”. Il governo è quindi stato costretto a rinviare l’entrata in vigore della norma e a modificarne il testo: niente più dicitura sulle confezioni per sei mesi, sostituita dall’obbligo per i rivenditori di informare la clientela con cartelli nei punti vendita e sui siti di e-commerce per tre mesi” (Il Fatto Alimentare).
Nel 2024 col Ddl concorrenza, ricorda il Codacons, il governo era intervenuto contro la shrinkflation modificando il Codice del consumo italiano con l’introduzione dell’articolo 15-bis, che aveva previsto un obbligo temporaneo di indicazione in etichetta della riduzione quantitativa dei prodotti, in modo da informare correttamente i consumatori che acquistavano il prodotto “rimpicciolito”. Ma nel marzo 2025 l’Ue aveva avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per aver violato la direttiva sulla trasparenza del mercato unico, costringendo il governo a fare un passo indietro e a modificare dunque l’impianto della normativa.
La Commissione europea infatti aveva osservato che “l’apposizione di un’etichetta sugli imballaggi potrebbe avere un effetto ‘equivalente’ a una restrizione quantitativa all’importazione”. Aveva inoltre argomentato che “una misura che imponga l’apposizione di un’etichetta specifica su ciascun prodotto non sembra proporzionata al fine di garantire l’obiettivo perseguito, potendo, lo stesso, essere assolto attraverso l’esposizione di un’etichetta nel punto vendita, in prossimità della categoria di prodotti interessata”. Aveva inoltre citato i costi aggiuntivi che i produttori avrebbero dovuto sostenere i per l’apposizione dell’etichetta per il solo mercato italiano.
Codacons: norme poco incisive
Il fenomeno della riduzione della quantità delle confezioni a parità di prezzo è sempre più diffuso, anche se difficile da quantificare e misurare. Nessuno conosce l’impatto reale della shrinkflation sulle tasche dei consumatori, ricorda il Codacons, poiché il fenomeno non è rilevato in modo specifico dall’Istat attraverso il monitoraggio dell’inflazione.
Ipotizzando però un effetto anche minimo del +0,1% annuo sui prezzi dell’intero paniere dei beni di largo consumo, secondo l’associazione il conto a carico delle famiglie negli ultimi 15 anni ammonterebbe a 1,8 miliardi di euro.
Sempre secondo il Codacons le nuove norme contro la shrinkflation appaiono “annacquate e poco incisive: in base al decreto del Mimit, infatti, scompare l’obbligo per i produttori di indicare in etichetta la dicitura “Questa confezione contiene un prodotto inferiore di X (unità di misura) rispetto alla precedente quantità”, sostituito con un sistema di comunicazione lungo la filiera commerciale che coinvolge distributori e rivenditori sia fisici sia online”.
In caso di riduzione della quantità nominale di un prodotto, produttori e distributori dovranno infatti trasmettere ai venditori una comunicazione standardizzata con le informazioni sulla variazione, e la percentuale di aumento del prezzo riconducibile alla riduzione del contenuto, informazioni che andranno rese disponibili ai consumatori nei punti vendita o sui canali digitali. L’obbligo durerà tre mesi. Inoltre, ricorda il Codacons, sono esclusi esclusi dall’applicazione i casi in cui la riduzione quantitativa sia accompagnata da modifiche della formulazione del prodotto che ne migliorino la resa o l’efficacia d’uso, mantenendo invariato il valore complessivo per il consumatore.
Quando i prodotti si restringono
La shrinkflation è un fenomeno del quale i consumatori si sono accorti da qualche anno. Quando hanno visto le confezioni dei prodotti diventare sempre più piccoli: biscotti, dolci, birra, patatine, detersivi, bagnoschiuma, colombe e panettoni, gelati.
Questa pratica riguarda il mercato dei beni di largo consumo che, spiega il Codacons, in Italia vale 120 miliardi di euro. E porta ad aumenti occulti dei prezzi che oscillano fra il 10 e il 18%, con punte in alcuni casi del 40%. Fra i prodotti più colpiti, ricorda l’associazione, ci sono gli alimentari, con in testa cereali, yogurt, gelati, snack, biscotti, fette biscottate, salse pronte, formaggi confezionati, bibite, ma anche prodotti per la casa (detersivi, carta igienica) o per la cura del corpo (bagnoschiuma, shampoo, dentifricio).
È una pratica che fa salire il conto ma non il prodotto acquistato e che richiede al consumatore di verificare sempre il peso di quello che compra (che è indicato sulla confezione: non è nascosto) e il costo al kg o al litro.
Il rischio skimpflation
Sui consumatori, afferma il Codacons, incombe il pericolo legato alla “skimpflation”, ossia la pratica dei produttori e operatori di abbattere i costi riducendo la qualità delle materie prime che compongono i prodotti finiti o tagliando i servizi offerti agli utenti, senza ridurre prezzi e tariffe al pubblico. Significa avere meno qualità fra gli ingredienti: burro e olio d’oliva vengono sostituiti con i meno costosi olio di palma o margarina, le uova fresche vengono rimpiazzate da tuorli e albumi in polvere o liquidi. Oppure, se si parla di servizi, “porzioni più piccole nei piatti al ristorante, colazione a pagamento nelle strutture ricettive” e via tagliando. Senza però tagliare anche il prezzo.
