UNICEF Italia, l’appello: “Mai più bambini e bambine in carcere” (Foto di ParentiPacek da Pixabay)

“Mai più bambini e bambine in carcere”. È l’appello alle forze politiche che arriva da UNICEF Italia, che si sofferma sulle condizioni dei figli di madri detenute e sulle conseguenze del Decreto Sicurezza 2025.

«La prima parola che i bambini devono imparare è ‘mamma, papà’, non certo la parola ‘apri’», afferma il presidente dell’UNICEF Italia Nicola Graziano. 

L’UNICEF Italia «esprime preoccupazione sulla reale tutela dei diritti dei bambini figli di madri detenute, anche alla luce delle osservazioni contenute nella Relazione della Corte Suprema di Cassazione sulle novità introdotte dal cd Decreto Sicurezza 2025 – afferma Graziano – Dobbiamo evitare che i bambini – vittime innocenti – siano costretti a vivere in carcere con le madri e cercare di individuare soluzioni adeguate a rendere concreta la tutela dei loro diritti che, come sancito dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, ratificata dall’Italia con legge n. 176 del 1991, deve essere attuata senza alcuna discriminazione».

Esecuzione penale nei confronti di detenute madri

L’UNICEF rivendica dunque il rispetto del superiore interesse del bambino a fronte di quanto previsto dal Decreto Sicurezza e bocciato dalla Cassazione. Il riferimento è alla Relazione della Cassazione che, fra le varie criticità del decreto SIcurezza, si è soffermata anche sull’esecuzione penale nei confronti delle detenute madri.

L’art. 15 del Decreto Sicurezza modifica infatti gli art. 146 e 147 del codice penale e rende “facoltativo e non più obbligatorio il rinvio dell’esecuzione della pena per le donne condannate in stato di gravidanza o madri di figli di età inferiore ad un anno, prevedendo che l’esecuzione non sia comunque rinviabile ove sussista il rischio «di eccezionale rilevanza, di commissione di ulteriori delitti» e disponendo che esse scontino la pena, qualora non sia disposto il rinvio, presso un istituto a custodia attenuata per detenute madri (ICAM)”.

Al giudice viene dunque devoluto il “compito di valutare, caso per caso, se disporre o meno il differimento della pena e con la connessa previsione dell’obbligo, in caso di ritenuta insussistenza dei presupposti per il rinvio, di collocamento della donna in un Istituto a custodia attenuata (ICAM).”

Sulla possibilità di far scontare la pena in carcere alle detenute incinte o madri di bambini sotto l’anno di età, la relazione cita un commento del penalista Emilio Dolcini: “Il decreto sicurezza punta l’indice (o meglio, punta l’arma della pena carceraria) contro le donne di etnia Rom, alle quali si imputa – in un coro assordante e ossessivo, largamente alimentato da pubblici proclami – di essere autrici di frequenti borseggi e di sottrarsi sistematicamente al carcere attraverso gravidanze e maternità. In questa scelta operata dal decreto sicurezza scorgo una patente violazione dei principi costituzionali di tutela della maternità e dell’infanzia (art. 31, comma secondo, Cost.) e di umanità della pena (art. 27, comma terzo, Cost.), tanto più in considerazione delle condizioni in cui versano le carceri italiane e dei pochi posti disponibili nei soli quattro istituti a custodia attenuata per detenute madri (ICAM): tre istituti nel nord Italia e uno solo al sud, il che pone anche un problema di distanza dal luogo di residenza del resto della famiglia. Il minore ha un evidente interesse a vivere fuori dal carcere: non è certo necessaria una valutazione discrezionale del giudice per confermare tale interesse nel caso di specie”.

A oggi ci sono solo quattro ICAM, a Torino, Milano, Venezia e Lauro. Quindi, scrive la relazione, “il collegamento obbligatorio in una di queste strutture, anche se ispirato a una logica di tutela della donna condannata, “rischia, in concreto, di tradursi in una misura particolarmente afflittiva in ragione della eventuale distanza tra l’istituto di destinazione e il contesto familiare di provenienza della detenuta incinta o madre, con concreta limitazione della funzione rieducativa della pena”.

UNICEF Italia: sosteniamo la soluzione delle Case-famiglia protette

L’UNICEF sottolinea che negli ultimi anni ha intensificato il lavoro con le Istituzioni per “evitare che i bambini vivano in carcere con le madri, ritenendo che gli ICAM (Istituti a custodia attenuata per le detenute madri) non siano delle reali alternative al carcere, soprattutto se li osserviamo con gli occhi di un bambino o di una bambina”.

«Come UNICEF, – prosegue allora il presidente Nicola Graziano – sosteniamo la soluzione delle Case-famiglia protette che, allo stato, costituiscono un’effettiva alternativa alla detenzione. Nelle case-famiglia protette si dà valore alla funzione genitoriale, al recupero di un’autonomia e alla rieducazione alla legalità: in esse i bambini non sono “costretti” ma piuttosto “protetti” in percorsi di reinserimento educativo e sociale. Tuttavia, l’esclusione di oneri a carico della finanza pubblica per la loro realizzazione ne ha reso problematica la concreta attuazione. Attualmente sono due le strutture attive sul nostro territorio, a Roma e a Milano, grazie ad una forte collaborazione interistituzionale e con la valorizzazione dell’associazionismo. Per questo proponiamo la diffusione di queste esperienze anche su altri territori e chiediamo l’inserimento di adeguate risorse per gli Enti locali nella prossima Legge di Bilancio: investire per l’attuazione dei diritti umani di bambini e bambine è un investimento, certo, per la sicurezza. La prima parola che i bambini devono imparare è ‘mamma, papà’, non certo la parola ‘apri’».

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