Digital tax, la mossa di Meta (Foto Pixabay)

La norma è pensata per tassare i giganti del web. E i giganti del web trovano l’escamotage e riversano la tassa su inserzionisti e consumatori. È quanto sta accadendo con la digital tax. Dal primo luglio 2026 le inserzioni pubblicitarie sulle piattaforme di Meta subiranno supplementi locali per coprire le imposte sui servizi digitali (DST, digital services tax) e altri costi regolatori basati sulla posizione geografica del destinatario.

“Si tratta dell’ennesimo balzello a carico delle imprese inserzioniste e, a cascata, dei consumatori – spiega il presidente del Movimento Difesa del Cittadino Antonio Longo – Siamo di fronte a una nuova dimostrazione di come una tassa pensata per colpire le grandi piattaforme digitali finisca per gravare su imprese e cittadini”.

Commissioni aggiuntive al 3% per l’Italia

In questi giorni, Meta sta comunicando che le commissioni aggiuntive, pari al 3% per l’Italia, saranno calcolate in base al luogo in cui si trova il pubblico che visualizza l’annuncio, cioè sulle impression effettivamente erogate in un determinato Paese. Meta applicherà nuovi supplementi locali alle inserzioni pubblicate in determinate giurisdizioni per coprire le imposte sui servizi digitali (DST) e altri costi. Così se si pubblicano inserzioni del valore di 100 euro in Italia, dove i supplementi locali sono del 3%, verranno addebitati 100 euro (pubblicazione dell’inserzione) più 3 euro (supplemento locale) per un totale di 103 euro. L’IVA applicabile sarà calcolata sul totale.

I supplementi previsti sono del 3% in Italia, Francia e Spagna; del 5% in Austria e in Turchia; del 2% nel Regno Unito. I supplementi locali, ha spiegato ancora Meta, si applicano a tutte le inserzioni indipendentemente dal formato (immagine o video) e includono le campagne di inserzioni che rimandano a WhatsApp e i messaggi di marketing fatturati insieme alle inserzioni.

“Quando una multinazionale aumenta i prezzi per compensare nuovi oneri fiscali, il risultato finale è quasi sempre lo stesso: pagano gli inserzionisti e, indirettamente, i consumatori”, dichiara Longo.

Il nodo della digital tax

Secondo uno studio del Centre for European Policy Studies (CEPS) del 2025, la digital services tax dovrebbe generare entro il 2026 un gettito fino a 37,5 miliardi di euro, pari a circa il 18,8% del bilancio dell’Ue del 2025. Queste cifre “dimostrano il potenziale della DST come fonte di entrate pubbliche”, sottolinea Longo, evidenziando la “scarsa lungimiranza del legislatore” che di fatto permette alle big tech di aggirare l’impatto delle norme e scaricare i costi sull’utente finale.

Se il costo dell’imposta viene scaricato sugli inserzionisti locali il risultato è un vero e proprio autogol economico: le imprese pagano di più per promuovere i propri prodotti, con inevitabili ripercussioni sui prezzi finali”.

Il Movimento Difesa del Cittadino chiede quindi al Governo e alle istituzioni europee di aprire una riflessione urgente sull’impatto reale delle digital services tax e sulle strategie delle grandi piattaforme globali. “Non si può continuare ad approvare norme pensate per tassare i giganti del web senza considerare che questi operatori hanno la forza di trasferire il costo lungo la catena del valore”, conclude MDC.

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