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Slow Food lancia la campagna Meat the Change

Parola d’ordine: slow meat. Mangiamo meno carne, ma di qualità migliore. Abitudini alimentari, scelte a tutela della salute e dell’ambiente e consumo più sostenibile di carne sono al centro di “Meat the Change”, la nuova campagna di Slow Food.

«La campagna si chiama Meat the Change, con un gioco di parole che ci invita a cambiare la carne nella nostra dieta e allo stesso tempo ci invita ad andare incontro al cambiamento di cui, attraverso scelte di consumo più attente, si può diventare protagonisti».

Così Raffaella Ponzio, referente Slow Food del tema carne. La campagna, che parte con un quiz sulle abitudini alimentari, è realizzata col contributo del Ministero italiano dell’Ambiente. E parte dall’impatto che un consumo insostenibile di carne ha sull’ambiente e sulla salute.

 

 

Mangiare troppa carne fa male all’ambiente e alla salute

Mangiare troppa carne fa male all’ambiente e al clima. Col 14,5% delle emissioni totali di gas serra, infatti, il settore zootecnico è una delle principali fonti di emissione di gas climalteranti. Un terzo delle terre coltivate in tutto il mondo serve a produrre un miliardo di tonnellate di mangime, soprattutto attraverso monocolture di soia e mais, destinate agli allevamenti intensivi. Il 23% dell’acqua dolce disponibile sul Pianeta viene usato per l’allevamento. E servono 15.500 litri di acqua per produrre un chilo di carne di manzo.

Se questo è l’impatto sul clima, e se l’allevamento intensivo significa che gli animali sono solo macchine da carne, mangiare troppa carne fa male anche alla salute. Secondo Slow Food per una dieta sana ed equilibrata non si dovrebbe mangiare più di 500 grammi di carne a settimana per un totale di 30 kg di carne l’anno. Gli europei ne mangiano in media 74 kg, gli statunitensi arrivano a 125 kg l’anno.

Consumi insostenibili di carne

L’attuale consumo di carne è insostenibile, denuncia Slow Food.

«Oggi, il consumo medio di carne nei Paesi industrializzati è di circa 80 chili per persona all’anno. Le stime sul futuro non ci aiutano e se, come sostiene la Fao, il consumo globale di carne raddoppierà entro il 2050, ovvero da oltre 250 milioni a 500 milioni di tonnellate di carne consumate ogni anno, il sistema non potrà reggere».

E in Italia? L’Osservatorio permanente sul consumo di carni dice che il consumo medio annuo in Italia di carne (pollo, suino, bovino, ovino) è pari a 79 chilogrammi pro-capite, con il 45% dei consumatori che privilegia la carne proveniente da allevamenti italiani, il 29% che sceglie quelle locali e il 20% quelle con marchio Dop, Igp o con altre certificazioni di origine. Secondo dati Ismea, sono in aumento i consumi di carne fresca bovina e avicola, stabili quelli di carne suina, in calo le carni ovine e cunicole.

 

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Limitare il consumo di carne

 

Come cambiare le abitudini

«Il modello di allevamento industriale globale, non solo quello praticato nel nostro Paese ovviamente, ci costringe a fare i conti con costi ambientali e sociali insostenibili – spiega Raffaella Ponzio – Dobbiamo ripensare i nostri consumi per immaginare un futuro migliore e le scelte dei consumatori sono determinanti per indirizzare la produzione e condizionare il mercato. Tuttavia la soluzione non è cancellare la carne dalla nostra dieta, perché un buon allevamento – buono per l’ambiente e buono con gli animali – è indispensabile per una buona agricoltura e per una carne di qualità. Per questo occorre sostenere chi pratica un allevamento sostenibile, spesso prendendosi cura anche di territori marginali e salvando biodiversità, come i numerosi allevatori che custodiscono razze locali».

In concreto, cosa vuol dire cambiare il consumo di carne? Significa consumare meno carne ma di qualità migliore, evitare quella che viene da allevamenti intensivi e privilegiare la carne che rispetta il benessere animale, aumentare il consumo di legumi e vegetali. Ancora: variare la scelta delle specie e dei tagli di carni, privilegiare la carne locale, non riempire troppo il carrello della spesa.

Sul fronte soldi, diffidare di prezzi troppo bassi perché, come spiega Slow Food, «spesso sono indice di una pessima qualità dell’alimentazione somministrata agli animali, di sfruttamento, di costi nascosti che ricadono sull’ambiente o ancora delle pessime condizioni lavorative applicate negli allevamenti e nei macelli industriali».

Slow Meat significa, ancora, dare importanza alle scelte alimentari e informarsi, ridurre lo spreco alimentare e provare le ricette con le parti meno nobili, fare qualche gita in fattoria, essere curiosi con cuochi e ristoratori. È un modo diverso di mangiare ma anche un diverso stile di vita.

Scrive per noi

Sabrina Bergamini
Sabrina Bergamini
Giornalista professionista. Responsabile di redazione. Romana. Sono arrivata a Help Consumatori nel 2006 e da allora mi occupo soprattutto di consumi e consumatori, temi sociali e ambientali, minori, salute e privacy. Mi appassionano soprattutto i diritti e i diritti umani, il sociale e tutti quei temi che spesso finiscono a fondo pagina. Alla ricerca di una strada personale nel magico mondo del giornalismo ho collaborato come freelance con Reset DOC, La Nuova Ecologia, Il Riformista, IMGPress. Sono laureata con lode in Scienze della Comunicazione alla Sapienza con una tesi sul confronto di quattro quotidiani italiani durante la guerra del Kosovo e ho proseguito gli studi con un master su Immigrati e Rifugiati. Le cause perse sono il mio forte. Ho un libro nel cassetto che prima o poi finirò di scrivere. Hobby: narrativa contemporanea, fotografia, passeggiate al mare. Cucino poco ma buono.

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