Mercosur, la protesta degli agricoltori va in scena a Strasburgo
Mercosur, la protesta degli agricoltori va in scena a Strasburgo
A Strasburgo protestano gli agricoltori contro l’accordo Ue-Mercosur. Temono le conseguenze su zootecnia, produzione ed export dell’agroalimentare, concorrenza sleale e carenza di controlli
Va in scena a Strasburgo la protesta degli agricoltori contro l’accordo Ue-Mercosur. Alla manifestazione, promossa dall’organizzazione degli agricoltori francesi FNSEA, partecipano anche gli agricoltori italiani, preoccupati dei contenuti dell’accordo commerciale di libero scambio soprattutto per quanto riguarda controlli, squilibri produttivi, concorrenza e impatto sui prezzi di un aumento considerevole dell’import dai paesi del Sudamerica. Secondo la Cia-Agricoltori italiani ci sarebbero circa 40 mila posti di lavoro a rischio in Europa nell’agroalimentare, oltre a falle nei controlli e squilibri produttivi.
“Reciprocità di standard produttivi, sanitari e ambientali”
“Pretendiamo nero su bianco la reciprocità degli standard produttivi, sanitari e ambientali, più controlli rigorosi su tutte le merci dal Sud America e clausole di salvaguardia rapide e efficaci”, afferma il presidente Cia Cristiano Fini alla mobilitazione a Strasburgo.
“Accetteremo il Mercosur solo alle nostre condizioni – prosegue il presidente Cia – Per questo siamo oggi a Strasburgo con centinaia di agricoltori arrivati da tutta Italia. Ribadiamo al Parlamento europeo che senza reciprocità piena e controlli serrati non c’è accordo che tenga. L’agricoltura ne uscirebbe a pezzi”.
Zootecnia, riso, esportazioni: i timori degli agricoltori
Gli agricoltori temono conseguenze negative soprattutto su zootecnia e risicoltura.
Inoltre, in un contesto di aumento delle importazioni a prezzi più favorevoli, temono che la maggiore disponibilità di prodotti eserciti una pressione al ribasso sui prezzi, con ricadute negative sulle filiere. In primis sulla zootecnia.
Cia afferma che “i Paesi del Mercosur sfornano 38,5 milioni di tonnellate di carni, mentre l’import attuale è limitato solamente a 41mila tonnellate per un valore di 288 milioni di euro. La forbice di scala tra capacità produttiva e mercato evidenzia, dunque, ampi margini di crescita che potrebbe avere l’export di carni dal Mercosur, col rischio di minare la redditività di un settore che da noi vale circa 22,7 miliardi di euro”.
Entro il 2040, l’import di carni suine e pollame dai paesi dell’area Mercosur dovrebbe aumentare del 25%.
“Nel comparto ortofrutticolo, invece, l’Ue importa 39mila tonnellate di frutta e verdura e 1.200 tonnellate di riso – prosegue la Cia – Volumi modesti oggi, ma con che, con dazi azzerati, possono esplodere comprimendo prezzi e margini italiani”.
Gli agricoltori temono le conseguenze di eventuali distorsioni di concorrenza sulle esportazioni di riso, che oggi valgono 680 milioni di euro all’interno della Ue e 187 milioni extra-Ue.
Quali standard alimentari?
L’altro grande tema è quello dei controlli sugli standard alimentari, insieme alle criticità della carne bovina. Sono già state denunciate falle nell’export di carne non conforme per la presenza dell’ormone estradiolo 17-beta. “Malgrado il Brasile abbia sospeso volontariamente le esportazioni verso l’Ue, partite di carne non conformi sono comunque riuscite ad arrivare in Italia”, spiegano gli agricoltori.
E c’è un rischio collegato alla fiducia perché “bastano pochi casi negativi (anche isolati, come per l’estradiolo) per trascinare i consumatori italiani verso la diffidenza e la sfiducia nei confronti di filiere come quelle di carni, ortofrutta e riso, con effetti reputazionali devastanti per le aziende Made in Italy che rispettano norme Ue molto più stringenti”.
Anche Coldiretti manifesta a Strasburgo e chiede di “fermare le importazioni sleali di cibi che non rispettano gli standard europei e mettono a rischio la salute dei cittadini e il reddito degli agricoltori. Le stesse regole che seguono le imprese agricole in Europa devono essere rispettate da chi vuole vendere da noi, da qualunque Paese voglia esportare qui. E servono più controlli, perché ora solo il 3% delle merci viene fisicamente verificato nei porti e alle frontiere”.

